Archivi del mese: febbraio 2016

“FABBRICARE, FABBRICARE, FABBRICARE, PREFERISCO IL RUMORE DEL MARE…”

“Fabbricare, fabbricare, fabbricare
Preferisco il rumore del mare
Che dice fabbricare fare disfare
Fare e disfare è tutto un lavorare
Ecco quello che so fare.”

Dino Campana

(Dino Campana, Opere, Canti Orfici e altri versi e scritti sparsi, ed.TEA)

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«Acqua di mare amaro
Che esali nella notte:
Verso le eterne rotte
Il mio destino prepara
Mare che batti come un cuore stanco
Violentato dalla voglia atroce
Di un Essere insaziato che si strugge…»
(DINO CAMPANA)

Dino Campana (1885-1932) rinchiuso per anni e anni nel manicomio di Castel di Pulci, dove morì nel 1932. Fu talmente bombardato da elettroshock da autodefinirsi “Dino elettrico”. La sua tomba a Badia a Settimo, vicino Firenze. Nella sua lapide la dicitura: Nel cuore antico di questa terra fiorentina che accolse i suoi ultimi giorni, la quiete e il silenzio onorino colui che fu voce di disperati sogni umani .

Visionario, allucinato, pazzo, orfico, vagabondo, mediterraneo, così è stato definito spesso dai critici letterari, anche se nessuna di queste definizioni, perché limitano in un ambito troppo angusto la materia dell’arte, è in grado di illuminare chiaramente la vita e la poesia di questo autore vissuto a cavallo fra i due secoli

Scacciato dal suo paese perchè rituenuto “il pazzo del villaggio”. Un poeta, scrittore di una grandezza incredibile, tanto da diventare fondamentale per la cultura italiana, fu schernito, allontanato, emarginato anche dai “cervelli ben pensanti” dell’epoca, i Futuristi persero addirittura con incuranza il suo manoscritto “Il più lungo giorno” che  Dino Campana aveva dato loro per un giudizio, detto manoscritto fu ritrovato sessant’anni dopo la morte del poeta. Campana fu inoltre abbandonato anche dal suo grande amore, Sibilla Aleramo. Dino Campana è considerato uno dei poeti più vitali del Novecento. 

La vita

Sin dall’adolescenza, Campana manifesta chiari segni di squilibrio mentale e la sua vita divenne un continuo girovagare per manicomi.
A ventuno anni, nel settembre del 1906, venne ricoverato per la prima volta nel manicomio di Imola ricevendo la diagnosi di demenza precoce. La nevrosi della madre, l’incomprensione da parte dei famigliari e dell’angusto ambiente di paese in cui vive (Marradi, nell’appennino tosco-romagnolo), peggioreranno negli anni la situazione: egli viene infatti deriso e trattato come una sorta di demente.
Viaggerà molto, in Europa e in Argentina, facendo i mestieri più diversi per mantenersi: pianista in locali e bordelli, arrotino, poliziotto, pompiere ecc. E’ spesso coinvolto in risse e arrestato per vagabondaggio.
Tra il 1916 e il 1917 ebbe una storia d’amore tormentata e intensa con la scrittrice Sibilla Aleramo, terminata in seguito al temperamento sempre più incoerente e violento del poeta. Nel 1917 fu arrestato a Novara per vagabondaggio, e il 28 gennaio fu internato all’Ospedale psichiatrico “Castel Pulci” dove rimase sino alla morte, nel 1932.
Dal 1926 incominciò a ricevere le visite dello psichiatra Carlo Pariani, che dai suoi discorsi con Campana trarrà il materiale per scrivere in seguito Vita non romanzata di Dino Campana. Durante il suo soggiorno in manicomio Campana ebbe spesso degli sprazzi di lucidità: desiderava uscire  da quel luogo, ma non per riprendere la letteratura, ormai abbandonata (non scriveva più da tempo) ma per poter lavorare e guadagnare. Alla fine del febbraio del 1932 si ferì, probabilmente tentando di scavalcare la recinzione dell’ospedale: pochi giorni dopo morì di setticemia.

LE OPERE

Dino Campana è stato definito dai critici letterari: poeta visionario, allucinato, pazzo, orfico, vagabondo, mediterraneo. Nella sua poesia i valori classici e una grande modernità si compenetrano. La sua poesia è moderna ma tuttavia piena di richiami a D’Annunzio, a Leopardi e ai classici. La sua espressione appare piena ed ermetica: è un flusso continuo di parole, del quale non si riesce a cogliere facilmente il senso. Il suo linguaggio poetico sconvolge l’ordine sintattico in vari modi, anche mescolando lingue diverse. Tuttavia Campana si rivela anche attentissimo conoscitore delle regole che sconvolge e nutre il culto per la perfezione.
La sua controversa collocazione ne ha fatto una figura contornata da un certo mistero, per cui, quando si parla del caso Campana, si tende sempre ad associarlo all’immagine del poeta maledetto.
Dino Campana,  considerato da molti il “poeta visionario” italiano per eccellenza, può esser fatto rientrare, almeno marginalmente, nell’ambito della corrente “vociana” (corrente che ebbe origine dalla rivista La Voce, settimanale e poi quindicinale di letteratura, ma anche di cultura e d’impegno politico, civile e morale, pubblicato a Firenze tra il 1908 e il 1916), di cui, rappresenta l’espressione legata al simbolismo ed all’espressionismo.
Per Campana la poesia è un mezzo per riuscire ad affermare la propria libertà.
Come per la sua vita, vagabonda e anarchica, caratterizzata dalla irrefrenabile smania del viaggio, anche la poetica di Campana ha come tema centrale il viaggio, onirico o reale, inteso come ricerca (o fuga).
Nel 1913 affiderà il manoscritto dei Canti Orfici, la sua maggiore opera, a Soffici e Papini che con negligenza lo smarriranno. Campana lo riscriverà ricostruendolo a memoria e lo pubblicherà l’anno seguente. L’opera verrà accolta favorevolmente dalla critica.
I Canti Orfici sono una straordinaria opera in cui si alternano prosa e versi (un prosimetro, come la Vita Nuova di Dante); vi si coglie una poesia spesso tortuosa, ma anche spontanea e pura, certamente vissuta, legata ad una esistenza irregolare e soprattutto tragica; è un “racconto” di esperienze visionarie denso di immagini, “ “allucinazioni”, suoni e colori. Egli dà al testo poetico un’organizzazione che abolisce la dimensione del tempo sovrapponendo passato e presente. La costruzione del testo appare realizzata con un procedimento che si può definire cinematografico  che permette a Campana di annullare la dimensione cronologica.
La poesia francese dell’Ottocento è una forte componente culturale di Campana e la sua poetica risente spesso del modello degli autori francesi a lui cari: Baudelaire, Verlaine, Rimbaud ecc.
I Canti sono un libro in cui Campana ha raccolto varie esperienze e vi sono riunite le sue composizioni più antiche, come La Notte e La Chimera, fino alle più recenti con una formazione dell’opera per stadi successivi.
Il titolo Canti Orfici allude all’antico orfismo, un movimento mistico-religioso legato al mito di Orfeo. Campana vuole dunque riallacciarsi a forme di scrittura “magica”, come quelle in voga tra gli autori simbolisti, e vuole esprimere il carattere divino e misterioso della poesia, associando le esperienze concrete con le invenzioni dell’inconscio e del sogno.
I Canti Orfici si concludono con alcune parole in inglese in cui Campana rielabora un verso di Withman, da “Song of Myself”, in cui si adombra la morte del poeta protagonista, vista come assassinio di un innocente: “They were all torn and covered with the boy’s blood” (Erano tutti avvolti e coperti col sangue del fanciullo).
Nei deliri di Campana spesso ricorre l’idea del sacrificio violento, del mito cruento, dove il fanciullo, l’innocente viene sacrificato. Dino Campana si sentiva così: anche lui aveva pagato con il disprezzo, la derisione e l’internamento il suo essersi avvicinato troppo all’intima essenza dell’uomo.

CURIOSITÀ: Per chi volesse saperne di più su Dino Campana, un libro di Sebastiano Vassalli, La notte della cometa (Einaudi 1984).
Sull’amore tra Dino Campana e Sibilla Aleramo nel 2002 è stato fatto un film (Un viaggio chiamato amore, di Michele Placido) con Stefano Accorsi e Laura Morante. Il film non mi è piaciuto per niente, anche perché, con tutta la più buona volontà, Stefano Accorsi nei panni di Campana proprio non ci stava.
Anche il regista Roberto Riviello aveva realizzato nel 1997 un film su Dino Campana, Il più lungo giorno, con Gianni Cavina.

Da Parafrasando.it e Diversamente Aff-abile (Gazzetta dello Sport) di Fiamma Satta


PREFERISCO IL RIDICOLO DI SCRIVERE POESIE, AL RIDICOLO DI NON SCRIVERNE AFFATTO

“Preferisco il ridicolo di scrivere poesie, al ridicolo di non scrivene”

Estratto dalla poesia “Possibilità” di Wislawa Szymborska

Possibilità
Possibilities
di Wislawa Szymborska

Wislava1

Preferisco il cinema.
Preferisco i gatti.
Preferisco le querce sul fiume Warta.
Preferisco Dickens a Dostoevskij.
Preferisco me che vuol bene alla gente, a me che ama l’umanità.
Preferisco avere sottomano ago e filo.
Preferisco il colore verde.
Preferisco non affermare che l’intelletto ha la colpa di tutto.
Preferisco le eccezioni.
Preferisco uscire prima.
Preferisco parlar d’altro coi medici.
Preferisco le vecchie illustrazioni a tratteggio.
Preferisco il ridicolo di scrivere poesie,

al ridicolo di non scriverne.
Preferisco in amore gli anniversari non tondi,

da festeggiare ogni giorno.
Preferisco i moralisti che non promettono nulla.
Preferisco una bontà avveduta a una credulona.
Preferisco la terra in borghese.
Preferisco i paesi conquistati a quelli conquistatori.
Preferisco avere delle riserve.
Preferisco l’inferno del caos all’inferno dell’ordine.
Preferisco le favole dei Grimm alle prime pagine.
Preferisco foglie senza fiori che fiori senza foglie.
Preferisco i cani con la coda non tagliata.
Preferisco gli occhi chiari perché li ho scuri.
Preferisco i cassetti.
Preferisco molte cose che qui non ho menzionato
a molte pure qui non menzionate.
Preferisco gli zeri alla rinfusa che non allineati in una cifra.
Preferisco il tempo degli insetti a quello siderale.
Preferisco toccar ferro.
Preferisco non chiedere per quanto ancora e quando.
Preferisco considerare persino la possibilità
che l’essere abbia una sua ragione.

—ooOoo—

I prefer movies.
I prefer cats.
I prefer the oaks along the Warta.
I prefer Dickens to Dostoyevsky.
I prefer myself liking people, to myself loving mankind.
I prefer keeping a needle and thread on hand, just in case.
I prefer the color green.
I prefer not to maintain that reason is to blame for everything.
I prefer exceptions.
I prefer to leave early.
I prefer talking to doctors about something else.
I prefer the old fine-lined illustrations.
I prefer the absurdity of writing poems, to the absurdity of not writing poems.
I prefer, where love’s concerned, nonspecific anniversaries that can

be celebrated every day.
I prefer moralists who promise me nothing.
I prefer cunning kindness to the over-trustful kind.
I prefer the earth in civvies.
I prefer conquered to conquering countries.
I prefer having some reservations.
I prefer the hell of chaos to the hell of order.
I prefer Grimms’ fairy tales to the newspapers’ front pages.
I prefer leaves without flowers to flowers without leaves.
I prefer dogs with uncropped tails.
I prefer light eyes, since mine are dark.
I prefer desk drawers.
I prefer many things that I haven’t mentioned here
to many things I’ve also left unsaid.
I prefer zeroes on the loose, to those lined up behind a cipher.
I prefer the time of insects to the time of stars.
I prefer to knock on wood.
I prefer not to ask how much longer and when.
I prefer keeping in mind even the possibility
that existence has its own reason for being.

Da Nothing Twice, 1997
(traduzione in inglese di Stanislaw Baranczak e Clare Cavanagh,

e in italiano di Pietro Marchesani)

Wislawa Szymborska (1923)

Wislawa Szymborska (poetessa polacca, 1923)
Nata a Kornik in Polonia occidentale, studia Lettere e Sociologia a Cracovia.

Collabora nel dopoguerra alla rivistaWalka (Lotta),

e la sua prima raccolta di versi Cerco la parola è del 1945.

Dal 1953 al 1981 è nello staff editoriale della rivista Vita letteraria e,

nel 1980 sotto lo pseudonimo di Stancykówna, collabora alle riviste Arka e Kultura.
La sua poesia si interroga sull’esistenza con leggerezza mentale,

con una lingua semplice e molto musicale.
Ha ricevuto il Nobel nel 1996 e ha distribuito in aiuti e beneficenza

il premio in denaro ricevuto.


GIOIA INFINITA! PUBBLICATA DAL CORRIERE DELLO SPORT LA MIA STORIA CON IL BASEBALL SCRITTA PER F.I.B.S.

Con grande sorpresa, dopo la pubblicazione sul sito FIBS, è stato riportato in altre riviste tecniche ed anche dal Corriere dello Sport: wow!

Mesi fa presa da improvvisa determinazione e gratitudine verso il baseball italiano, telefonai al Presidente nazionale della Federazione Italiana Baseball e Softball, Riccardo Fraccari per dire “grazie” ad uno sport che amo tantissimo.

Mi emozionai e mi si incrino’ la voce durante la chiacchierata generosa offertami dal Presidente e, giunti ai saluti, mi chiese di scriverla e raccontare la mia particolare “storia con il baseball”, la mia testimonianza di vita con uno sport che mi ha accettata come tifosa e mai discriminata, uno sport poco conosciuto in Italia, ma assai “avanti” per quello che riguarda l’integrazione sociale.

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La lettera di Lorella Ronconi, affetta da una gravissima malattia genetica ossea

ROMA – Lorella Ronconi è nata a Grosseto nel 1962. E’ affetta da una gravissima malattia genetica ossea: la pseudoacondroplasia poliepifisaria. Dal 1991, dopo un’ischemia midollare, vive parte della sua giornata a letto, parte in carrozzella. Ma ha una vita comunque molto attiva e dal 2006 è Cavaliere della Repubblica. Ecco la sua bellissima lettera indirizzata alla Federazione Italiana Baseball Softball, che abbiamo pubblicato sul sito:
 
 
“A distanza di tanti anni, ora che sono grande, diciamo, comunque più coraggiosa e forte, vorrei dire o meglio lanciare il mio GRAZIE al baseball e al softball, per tutto quello che mi hanno permesso di essere. Sono una donna di 53 anni, affetta da una rara e gravissima malattia progressiva alle ossa che mi costringe a passare gran parte della mia giornata a letto con poche ore d’aria vissute in carrozzella. Ormai non posso più viaggiare né utilizzare mezzi di trasporto, a causa di 2 barre nella colonna vertebrale e uno scatafascio di ossa rotte che si infiammano con molta facilità. 
Non viaggio più, ma ho una vita movimentata grazie alla mia voglia di comunicare, grazie a internet e ai miei molteplici impegni: sono tra i membri fondatori di una associazione Onlus (Fondazione il Sole) che si occupa del dopo di noi per le persone diversamente abili, sono stata Commissario della Commissione Pari Opportunità della Provincia di Grosseto, blogger, content manager e lavoro allo sportello info-handicap dell’Ufficio Relazioni con il Pubblico (URP) del Comune di Grosseto. In un certo senso, però, continuo a viaggiare e lo faccio attraverso le poesie che scrivo, nelle quali raccolgo emozioni belle di vita, per dare emozioni belle di vita, in un mondo in cui esse sembrano inutili. Perché senza le emozioni belle, l’essere umano perde la sua umanità.
 
Tutta la mia esistenza è stata legata alla sofferenza, alla disabilità, all’ignoranza umana che spesso mi ha fatto sentire trasparente, se non inutile. Ho avuto però la fortuna di conoscere un mondo diverso, oltre a a quello condiviso con la mia famiglia e gli amici, un mondo in cui crescere senza discriminazioni e offese, un grande mondo: lo stadio di baseball. 
Il baseball mi fece innamorare nell’adolescenza, quando fui per caso invitata da un’amica ad assistere a una partita. A quei tempi camminavo ancora un pochino, ma essendo piccola e già in difficoltà con le ossa, mi muovevo con una minuscola biciclettina rosa. Ero emozionata e vergognosa di andare allo stadio e salire sulle gradinate portandomi dietro la biciclettina, quel primo giorno, non conoscendo per nulla quello sport. Fu un amore immediato, un coup de foudre: i giocatori visti dall’alto sembravano piccoli soldatini, principi che andavano a conquistare il castello e correndo segnavano il punto con grande gioia e calore dei tifosi. Una scacchiera strana, quel pentagono storto, ma un piacere per gli occhi stare a guardare il bel verde brillante che circondava la terra rossa. L’odore di erba tagliata era come una carezza per i miei sensi. Il rumore del guantone quando riceveva il lancio mi faceva da richiamo, come lo stesso rumore della mazza quando toccava la pallina. E sì, questi erano i rumori più belli e furono i suoni di vita, i miei suoni vitali per ogni mia stagione che cominciava: l’arrivo della primavera e del caldo placava i dolori alle mie ossa e i primi rumori del baseball in allenamento mi ricordavano che presto sarei entrata dentro lo stadio a seguire le partite, e sarei stata normale. Normale, che grande parola! Ora è una parola ovvia per me, ma l’ho imparata tra le tribune: lì ogni volta non ero la Lorellina piccina (sono alta un metro e venti), poverina, guarda come è concia, ma ero una tifosa, una come tanti, una persona intera; normale, appunto. Tra gli spalti, tra i tifosi di baseball, per i tifosi, per i giocatori, per i manager, ero Lorella e basta. Non c’erano offese al mio corpo ma solo tifo, abbracci e generosità: il baseball anno dopo anno, mi ha insegnato a non vergognarmi e mi ha seguito, sempre, permettendomi di essere me stessa, donna intera.
 
Nel dicembre 2014, alla presentazione della ristampa del mio primo libro di poesie, sono stati miei testimonial dei grandi amici che rappresentano la mia vita: l’ex Presidente del Consiglio Enrico Letta, il critico cinematografico e letterario Fabio Canessa e il grande lanciatore del mio amato sport Roberto Cabalisti. Questo a dimostrare e ufficialmente a dire a tutti che è merito di un grande sport, dei suoi tifosi ma anche dei suoi giocatori, che Lorella Ronconi è arrivata ad essere quello che è. Quel giorno emozionante, davanti ad una platea di intellettuali, parenti, amici, c’erano anche i volti di molti grandi: Vic Luciani, Lucio Tirri, Beppe Massellucci… A proposito di Beppe Massellucci, il mitico #44, vorrei aprire una parentesi anche sull’etica che questo sport trasmette a chi lo gioca: forse è un caso, non so, ma quanti sanno che la mia vita, soprattutto dopo la grande operazione alla colonna vertebrale, è stata colorata dall’affetto silenzioso di tanti giocatori di baseball? Molti altri giocatori sono rimasti in contatto con diverse persone diversamente abili, nonostante gli anni passati. Per discrezione non faccio i nomi, ma posso parlare di coloro che mi hanno regalato cure di affetto e sostegno nei vari momenti della mia vita, in umiltà e senza scalpori mediatici. Beppe Massellucci (adesso lo posso dire) mi donò la divisa, il famoso #44 con il quale vinse lo scudetto a Rimini. Scelse me e mi trasformò in Regina, un dono e un ricordo che ancora mi fanno emozionare. Mi fermò un giorno e mi disse che avrebbe avuto piacere di regalare la sua divisa a me, poiché da sempre mi aveva vista presente alle partite con la mia biciclettina per ore ed ore senza mai abbandonare lo stadio, e che avrebbe voluto lasciare lo sport agonistico sapendo che la sua divisa l’avevo io. Quel gesto mi fece sentire la più famosa delle famose, alta un metro e novanta! 
 
Sì, Giuseppe Massellucci mi aveva incoronata Regina dello stadio e io, comprendendo la sua riservatezza, non l’ho mai raccontato prima di adesso: sapevo che era un gesto che non voleva essere spettacolarizzato o strumentalizzato. 
Stefano Cappuccini, infermiere, in uno dei miei tanti ricoveri, un mattino di Natale mi fece trovare a sorpresa accanto al letto la sua mazza da baseball firmata. Fu il regalo dei regali, tra flebo e dolori capii che il baseball era sempre accanto a me….non mi avrebbe mai lasciata. 
Roberto Cabalisti, che da molto tempo mi affianca aiutandomi, rincuorandomi, incoraggiandomi, facendomi compagnia con le sue telefonate. 
Beppe Carelli, che mi aiuta a distanza, con la sua grande capacità informatica, sempre pronto a rispondere ai miei problemi telematici. 
Francesco Casolari, Lucio Tirri, Vic Luciani, Claudio Sabatini, Ermini…tanti sono i nomi di giocatori e tecnici che continuano a sostenermi nella vita., Sì, qualcuno dice che il baseball rende eterni bambini…. forse, ma anche grandi persone di cuore e coraggio, perché non ne fanno uso mediatico, ma solo cura e passione. Questo gioco ha incontrato la mia vita, col baseball ho avuto la fortuna di trovare uno spazio nel quale la mia esistenza era completamente considerata nella sua interezza. Ancora oggi mi sento a casa in quel luogo dove l’erba è tagliata di fresco, la terra rossa e il pentagono sono un tutt’uno con i suoi Cavalieri.
 
Grazie al baseball italiano, grazie al baseball, grazie ancora a quei tifosi che mi hanno incoraggiata, a tutti quei giocatori che mi hanno donato sorrisi e ancora silenziosamente mi stanno vicino con tanto rispetto. Il baseball, una grande filosofia di vita, un grande sport in cui esistere, che tutti noi appassionati possiamo adoperarci per non cancellarlo dalla storia e farlo fiorire ancora di più nel futuro, per le future vite.”
 

L’ARCOBALENO? UN SORRISO TRA UNA LACRIMA ED UN PIANTO

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“Nella profondità dell’inverno, ho imparato alla fine che dentro di me c’è un’estate invincibile. “
Albert Camus

Scritto con WordPress per Android da © Lorella Ronconi


IL CORAGGIO DI ANDARE AVANTI

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Ho imparato che il

successo non è definitivo, il fallimento non è fatale, ciò che conta è il coraggio di andare avanti. Osservando questa piantina, fotografata stamani, vedo tanta bellezza e una forza che va oltre, superando ogni catrame e cemento: il coraggio di andare avanti.
Quanto è falsa l’arroganza dei grandi successi materialistici e quanto splende la povertà dell’umiltà, non credete?

!

© Lorella Ronconi

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SU “DONNA MODERNA” CRITICA PER I GIOCATTOLI A FORMA DI CARROZZELLA INSERITI DALLA LEGO E ALLA BARBIE CURVY

Mi rifiuto di stare zitta, sbaglio, lo so, forse farò il gioco mero di Donna Moderna che con l’articolo di Annalisa Monfreda, strumentalizza la disabilità,  ma, scusate,  da disabile ed educatrice, non posso tacere.

E’ nata una polemica negativa sulle carrozzelle create dai Lego. Scusate allora anche Cicciobello nero, giallo, sono un danno alla crescita dei bambini? Ma quale è la prospettiva giusta, la vera normalità per voi? Il bello perfetto di Barbie è il modo giusto? Ah, bene, allora io mi posso sparare, son un metro e venti, in carrozzella e parecchio malata, non ho diritto di riconoscermi nei giochi? Devo sognare immaginare, e i bambini si devono riconoscere solo nel “target” della, magra, bianca, occhi azzurri? E chi ha inventato il target? E se fosse stato un mondo di carrozzati allora sarebbe stato “ineducativo” fare un giocattolo con le gambe?

lego

La dottoressa Eleonora Motta, psicologa, psicoterapeuta, sessuologa (esperta in  affettività/sessualità disabilità) da me intervistata in merito, risponde: “Penso che il gioco sia un ottimo strumento x insegnare, direi un’opportunità in più che soprattutto gli adulti hanno per educare e parlare coi bimbi. I temi possono essere più o meno simbolizzati, ma il gioco è uno dei linguaggi migliori per comunicare coi bambini (insieme all’esempio del proprio comportamento). Poi certo che non si può delegare, il gioco non sostituisce gli adulti di riferimento, ma è uno strumento da sfruttare.”
Infine, la dottoressa Motta conclude facendomi riflettere in modo importante sulle tecniche usate in psicoterapia, per i bambini, proprio attraverso il gioco: Il gioco si usa anche per fare psicoterapia coi bambini, più utile di così…. Anzi, se un bambino giocando col lego si mette a fare discriminazioni sul pupazzo in carrozzina, l’adulto ha un’ottima occasione per intervenire inserendo un nuovo pupazzetto e creare un dialogo educativo tra personaggi”.
Tutti quelli che pensano che la carrozzella sia veicolo negativo comincino a vedere, guardare, il bello che invece è, un oggetto di privilegio e cultura, vergogna a tutti coloro che disdegnano, vergogna a tutti coloro che non hanno idea che la cultura: la crescita parte proprio dalla differenza, e ben vengano le carrozzelle nei Lego, le bambole grasse, i giocattoli con il bastone per ciechi!
Qui di seguito il link con l’articolo al quale faccio riferimento: “PERCHE’ NON REGALERO’ MAI UN LEGO IN CARROZZELLA O UNA BARBIE CURVY” di Annalisa Monfreda su Donna Moderna
Lorella Ronconi

A TE CHE LEGGI, ADESSO, UN SORRISO, CHE POSSA ILLUMINARE UN PEZZETTINO DEL TUO DOMANI

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Se qualcuno non ti sorride, sii generoso e offrigli un sorriso. Nessuno ha più bisogno di un sorriso di chi non può sorridere agli altri.” Anonimo

A volte i giorni sono  molto lunghi per chi, come me,  è costretto a stare molto tempo a letto chiusa nella stanza, a volte da qui non si vede nemmeno la luce del sole, non si percepiscono il cielo, i profumi, gli odori, è difficile immaginare la vita che continua, si muove, si affanna.

Si, riconosco che è molto dura, piango per i dolori alle ossa, con il freddo e l’inverno poi non si può spiegare agli altri quanto sia difficile. ma un sorriso come si può cancellare? Fa parte di me, mai potrei farne a meno, cerco sempre di averlo di riserva perché penso io per prima ne ho bisogno, un sorriso a me, per me. Ognuno di noi è fatto di felicità, anche se non ne è consapevole, ognuno di noi necessita di un sorriso, ognuno di noi ha diritto a un sorriso.

In questa notte lunghissima ho tirato fuori dal cassetto anche il mio “buon domattina” a chiunque, a te, che leggi, adesso, regalo il mio sorriso, che possa illuminarti un pezzettino  del tuo domani.

Scritto con WordPress per Android da © Lorella Ronconi


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