Archivi categoria: Poesia

MANEGGIARE CON CURA, L’ABBRACCIANTE CREATURA 

FRAGILE  

Leggera delicatezza

spezzante limitatezza

dell’umana caducità:

Fragilità.

Povero, solo, essere,

che hai e non sei:

maneggiare con cura…

l’abbracciante creatura…

mareggiata dell’amore.

 

Maneggiare con cura

il fragile di me

che forse

vi appartiene.

L. R. “Sirena Guerriglia” www.lorellaronconi.it

 

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PERCHE’ I PIEDI DEI BAMBINI MORTI NON CRESCONO

#ionondimentico

giorno-della-memoria

 

 

 

 

 

C’è un paio di scarpette rosse
numero ventiquattro
quasi nuove:
sulla suola interna si vede
ancora la marca di fabbrica
“Schulze Monaco”.

C’è un paio di scarpette rosse
in cima a un mucchio
di scarpette infantili
a Buchenwald.

Più in là c’è un mucchio di riccioli biondi
di ciocche nere e castane
a Buchenwald.
Servivano a far coperte per i soldati.
Non si sprecava nulla
e i bimbi li spogliavano e li radevano
prima di spingerli nelle camere a gas.

C’è un paio di scarpette rosse
di scarpette rosse per la domenica
a Buchenwald.
Erano di un bimbo di tre anni,
forse di tre anni e mezzo.
Chi sa di che colore erano gli occhi
bruciati nei forni,
ma il suo pianto
lo possiamo immaginare,
si sa come piangono i bambini.

Anche i suoi piedini
li possiamo immaginare.
Scarpa numero ventiquattro
per l’eternità
perché i piedini dei bambini morti
non crescono.

C’è un paio di scarpette rosse
a Buchenwald,
quasi nuove,
perché i piedini dei bambini morti
non consumano le suole…

Joyce Lussu

Gioconda Beatrice Salvadori Paleotti, coniugata Belluigi e poi Lussu, più nota come Joyce Lussu(Firenze, 8 maggio 1912 – Roma, 4 novembre 1998). E’ stata una partigiana, scrittrice, traduttrice e poetessa italiana, medaglia d’argento al valor militare


ARRIVATA A 500! GRAZIE INFINITE AD OGNUNO DI VOI !!!

Un record inaspettato, che mi fa estremamente piacere. Il mio grazie ad ognuno di voi con una poesia nata, appunto, per gli amici incontrati nel web, talvolta molto importanti e più presenti di quelli a portata di città.

Amico  

Lontano
infinito
senza limiti
né muri.

Vita lontana
catena che rincuora.
Accarezzi
senza sguardi.

Sei un sorriso
sbocciato all’improvviso
mio unico solco
e con te non mi perdo
in questo asfalto
accartocciato.

Lorella Ronconi


“Sirena Guerriglia”  – (
Edizioni 2013/2016)

AMO GLI ANIMALI, SONO UNA DI LORO 

​Perché amo gli animali?
Perché io sono uno di loro

Perché io sono la cifra indecifrabile dell’erba,

il panico del cervo che scappa,

sono il tuo oceano grande

e sono il più piccolo degli insetti.

E conosco tutte le tue creature:

sono perfette

in questo amore che corre sulla terra

per arrivare a te.

Alda Merini


IL MARE ANNEGA I MIEI PENSIERI ANSIOSI E LI PURIFICA

Quando i miei pensieri sono ansiosi,
inquieti e cattivi,
vado in riva al mare…

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…e il mare li annega e li manda via
con i suoi grandi suoni larghi,
li purifica con il suo rumore,
e impone un ritmo
su tutto ciò che in me
è disorientato e confuso.

Rainer Maria Rilke

Foto di Monica Iacopini – Spiaggia di Principina a Mare (Gr)


LIBERO, COME L’AZZURRO NEL CIELO

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Come l’azzurro nel cielo

Libero come l’azzurro che si staglia nel cielo.
Libero come un soffio di fiato nel gelo.
Libero come un pensiero in gabbia prigioniero .
Libero come un sogno che ti avvolge leggero.

 

Lorella Ronconi

www.lorellaronconi.it Foto di Angelo AzziOasi del WWF Laguna di Orbetello


A CHI SORRIDE ANCORA, NONOSTANTE TUTTO…

A chi è felice, a chi è triste, a chi si sente solo, a chi combatte e non si arrende mai, a chi sta aspettando fuori da una sala operatoria, a chi sta lavorando ed è lontano da casa, a chi sta viaggiando, a chi è libero e a chi è relegato da rabbia e guerra.
A chi ancora sorride nonostante tutto, a chi crede in un domani migliore, a chi sogna, a chi sta dormendo in una casa vuota, a chi la casa non l’ha più.

A chi ama, a chi è stato tradito, a chi sogna un amore, a chi vorrebbe avere vicino la persona che ama e non può, a chi c’è sempre stato, a chi ci sarà.
A voi, a me, bollicine! ^_^  E che 2017 sia, buon anno amici miei!

Lorella Ronconi

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Ti auguro di affrontare sfide e vincerle,

di sfidare il dolore e superarlo il prima possibile,
di gioire delle cose belle e farne la tua forza,
ma sopra ogni cosa,
ti auguro un amore sincero accanto a te
che sappia comprenderti e guardarti negli occhi con amore
per cio’ che sei.
Stephen Littleword

CLAODIN DO GIABBE, IL POETA CHE DIPINGEVA IN VERNACOLO LA SUA SAVONA

Se ami il mare, la poesia, la forza, la bontà, il prossimo, la cultura della tua terra amerai poesie di Mario Scaglia, in arte, Claodin do Giabbe. Questo singolare poeta di Savona, fu scrittore vernacolare appassionato della cultura, delle tradizioni savonesi e liguri.
E’ stato un grande uomo prima di tutto ed artista osservatore, intelligente narratore, della sua gente. Sono affascinata dall’amore, dalla struggente passione che egli aveva per ogni particolare di Savona; Mario Scaglia/Claodin, sapeva dipingere nei suoi versi (talvolta con fermezza, talvolta con tremulanti abbracci, talvolta con ironici rimproveri) colori e sfumature con sonorità del tutto unici.
A 10 anni dalla sua morte (Savona, 19 marzo 1931 – 27 luglio 2006) è onore e gioia pubblicare alcune sue poesie assieme alla storia della sua vita testimoniata da Francesco Scaglia, suo figlio.

Claodin Dö Giabbe – A Mae Taera
E schêuggi, e mâ e çe,
e gente drûa, silenziösa e dûa,
e barche, e rei,
e pâmati, e tremagi,
e câ gianche,
e erbi d’ouiva,
e vento,
che da levante
e da ponente infûria,
ö mae Ligûria!

Scaglia Mario – La Mia Terra
E scogli, e mare, e cielo,
e gente rude, silenziosa e dura,
e barche, e reti,
e palamiti e tramagli,
e case bianche,
ed alberi d’olivo,
e vento,
che da levante
e da ponente infuria,
o mia Liguria!

Francesco Scaglia: “Se non fosse che chi me l’ha chiesto è una amica a cui non sono capace di dire di no probabilmente non l’avrei fatto. Perche’ scrivere del proprio padre, Mario, in maniera obiettiva è come essere obiettivi quando si parla di se stessi, praticamente impossibile.

Non puoi parlare di lui senza ricordare quando ti portava a fare il giro in vespa, in strade ancora da completare, o a prendere la spuma alla bocciofila, o quando andavi con lui nel suo lettone e cominciava ad intristirti con i suoi discorsi sull’essere il bastone della sua vecchiaia, o quando portava il cocomero – l’anguria – a casa ed era festa come avesse portato i dolci più buoni del mondo.

Eravamo una famiglia modesta  e mio padre aveva un sacco di difetti. Il più grosso era quello che per tirare avanti la baracca, oltre alle otto ore dell’officina  del gas andava a servire a tavola al ristorante di Corso Colombo. Così mio padre non lo vedevo molto spesso, e quando lo vedevo passava il tempo tra raccolte di francobolli, libri di fantascienza e storia egizia, letture di storia e dialetto ligure e a scrivere in una lingua strana simile all’italiano ma con segni e  punteggiature che non mi erano mai state insegnate a scuola.

Eravamo poveri perchè la guerra a mio padre aveva tolto quasi tutto, anche il suo di padre, massacrato di botte dalle ronde fasciste mentre tornava la sera a casa dalla sua latteria dove, a detta della gente che li ha conosciuti, “veniva fatto il più buon gelato di Savona”, e finito nella lista delle ronde perchè aveva partecipato agli scioperi del ’29. Così rimane solo con la madre, all’età di dodici anni, nel bel mezzo di una guerra che sembrava non dovesse finire mai, gli studi scolastici ancora da inventare, una gelateria dove la mamma continua a svolgere l’attività in via Boselli, nel centro della città.  

Alla fine arriva la liberazione, finisce la guerra e la famiglia prova a riprendersi. Mario è un ragazzo che i fatti della guerra hanno cresciuto troppo in fretta e lo dimostrerà il suo carattere ribelle. Frequenta il Ginnasio presso il Collegio dei Padri Scolopi a Carcare con profondo interesse.  Nonostante gli ottimi voti in tutte le materie, un giorno in uno scambio di opinioni  troppo schietto con il suo insegnante Padre Cazzullo decide di chiudere il discorso tirandogli contro il calamaio: è già un segnale di  un carattere focoso e istintivo che gli creerà spesso problemi nelle varie fasi della sua vita. Rimandato a settembre in tutte le materie con sette in condotta, non  si presenterà agli esami di riparazione anche perchè nel frattempo la madre decide di cedere l’attività in latteria, ma la sera prima della firma dell’atto i locali vengono svuotati di ogni materiale, compresi i bellissimi e costosissimi lampadari di Murano, dagli stessi sedicenti compratori che fuggono lasciando i muri vuoti ed, ovviamente, l’atto d’acquisto in bianco.

Mario  interrompe gli studi  e si mette in cerca di lavoro, ma non ha molta fortuna: lavori precari, promesse non mantenute, speranze che diventano presto  illusioni e fallimenti lo portano  sempre più a tradurre la rabbia e i sogni su fogli di carta e nascono i suoi primi versi. Ma la vita comunque continua, trova un posto fisso all’officina del gas, incontra sua moglie Giuseppina, la sposa e dopo un anno nasce  mia sorella Daniela.

Siamo nel 1957. Tra lavoro e famiglia ogni tanto trova il tempo per scrivere le sue poesie: timidamente inizia a leggere i suoi scritti ad amici e parenti, che lo incoraggiano a proseguire nella scrittura dei suoi versi, sia  in italiano sia  in dialetto savonese, che poco alla volta diventa la sua vera lingua poetica. Il 1964 è un anno fondamentale, anno di grandi emozioni contrastanti…tutto in un freddo gennaio…la vita, la mia nascita, e la morte, la perdita definitiva della madre, dopo solo una settimana dall’arrivo tanto atteso del maschietto di famiglia.  Il Natale del 1963 (la nonna era caduta quella notte andando a Messa, e non si era più ripresa) diventa l’ultimo Natale, e  il momento dei ricordi di bambino che si infrangono nel mondo degli adulti, e si ritrova a scrivere frasi come “O madre, o madre, sono solo. In cielo sei andata…” (Natale de vei, Natale d’ancheu” – scritta nel 1973), “..è stato l’ultimo giorno di Natale che hai passato con  noi e al ventitrè te ne sei andata via…” (“Natali de vei – Regordo o 1963” scritta nel 1980). Mario lavora sodo ma ha già scritto alcune delle sue poesie più belle in dialetto savonese: O mae ma, breve scorcio di mar ligure nella sonorità dei termini dialettali marinareschi, A mae taera, un acquarello in versi che si sviluppa con pennellate di luce su angoli della liguria. Entra come socio nell’associazione culturale “A campanassa”,   partecipa  ad alcune rassegne di poesia e si classifica terzo assoluto nel 1975 al premio “Laurus” di Stresa,  negli stessi anni ottiene riconoscimenti e piazzamenti d’onore anche nelle gare di poesia organizzate dalla “A Campanassa”, associazione che pero’ lascerà per un’altro dei suoi diverbi focosi.

La svolta pero’ avviene a fine 1976. Un amico, per caso lo invita a duettare in diretta ai microfoni di Radio Savona Sound: leggono poesie di autori savonesi celebri e anche qualche sua poesia utilizzando il nome d’arte Claodin do Giabbe.  L’esordio è un trionfo e i ragazzi di Radio Savona Sound confermano ai due uno spazio domenicale dalle 11 alle 13. Alla seconda puntata Claodin aspetta invano che arrivi l’amico Lu, che nel frattempo si è ammalato, e trasmette da solo ma  grazie a Lu il fortunato programma ha inizio e continuerà ad andare in onda fino alla fine degli anni ’90, quando Claodin  ormai in pensione, indebolito da problemi sempre più seri di salute si ritira in casa a passare i suoi ultimi anni, continuando però a scrivere nel suo amato vernacolo. 

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«Con ti, se ne va n’epoca, forse ciû povia de quella che vivemmo […]
l’epoca che se ti parlâvi in dialetto te capivan »
(Mario Scaglia, A-a vegia çiminea, 1975)

Nel torrido calore deI 27 luglio del 2006, decide di raggiungere la “fioria cianua” di una sua poesia per godere un po’ del fresco e della pace eterna di quei luoghi.

Nei due decenni a partire dal 1976 Mario-Claodin si prodiga in miriadi di attività: la sua trasmissione si amplia, oltre alla domenica dove l’appuntamento fisso è con “l’antologia di Claodin” si aprono due inserti serali il martedi e il giovedi sera, e tutte le mattine alle otto allo scalpicciare di una carrozza la sua voce raccontava i fatti della giornata agli ascoltatori di Radio Savona Sound con “l’almanacco del giorno“. E’  vulcanico, organizza serate presso i luoghi di ritrovo più popolari come le società di mutuo soccorso, le parrocchie, le associazioni no profit e culturali, organizza giochi radiofonici, indice gare di poesia, pubblica libri ed almanacchi, scrive periodicamente sul quotidiano “Il secolo XIX” un editoriale dove, in dialetto savonese, riporta alla luce luoghi e modi di dire, personaggi di Savona e semplici cittadini di un tempo, macchiette di quartiere ormai scomparse ma rimaste vive nella mente delle persone. In tutto questo continua fino al momento del pensionamento il suo lavoro all’officina del gas e tutta l’attività viene svolta in modo gratuito, per passione, per l’amore del suo dialetto e della sua terra, coprendo i costi che vengono sostenuti per la stampa dei libri suoi e delle antologie dialettali o del disco inciso con la collaborazione artistica di Ivano Nicolini grazie ad alcune sponsorizzazioni locali, che pero’ talvolta compensava con percentuali dello stipendio non essendo sufficienti a raggiungere il budget necessario.

Nella realizzazione di questo forse involontario progetto locale Claodin riesce a risvegliare un sentimento di amore verso la cultura popolare nella gente, svolgendo al contempo in questo un’operazione di socializzazione che fino a quei tempi era praticamente sconosciuta, richiamando intorno a se’ gente comune, poeti, artisti, musicisti, cantanti, squadre di canto popolari, corali alpine… Socializzazione che era effetto delle radio locali che aprivano a gruppi sempre più ampi di persone le possibilità di confronto e di una libertà che a trent’anni dalla fine della guerra iniziava a fasri maggior spazio in mezzo ad un’ancora assillante censura e modalità di gestione della cultura chiusa secondo canoni restrittivi e moralistici.

L’uso del dialetto gli permette di superare alcuni dei limiti imposti, dove nell’essere voce del popolo gli è concesso di esprimere mugugni e sentimenti che altrimenti non possono trovare sfogo. Nel fare questo, il suo costante riferimento è Beppin Da Cà, Giuseppe Cava, e nell’eterna diatriba relativa all’utilizzo di una grafia ligure lui sposa il modo di scrivere il dialetto che era dei genovesi di fine ‘800 e di Giuseppe Cava. Utilizzerà sempre questa grafia fino all’ultimo, pur dicendo che per lui “non è importante come lo si scrive, ma scriverlo e ancor di più parlarlo”. Ma posso assicurarvi che lui lo ha parlato ed ancor più lo ha scritto… e come potevo a questo punto, trovandomi con migliaia di “scartoffie” scritte a mano o a macchina, piene di personaggi, di modi di dire, di parole disuete, in una lingua quasi arcaica, con poesie così struggenti… come potevo ignorare tutto questo? “

www.claodin.it

Claodin Dö Giabbe – Ö Mae Mâ
S’arsa, s’arröbatta, se rinfranze,
cöre lesto sciû, verso da spiaggia
e za de nêuvo ö törna a spûmezzâ,
arsandöse e abbassandose,
ö mae mâ.

Oua l’é verde, grossö, tömöltöso,
s’infranze in sce l’aenn-a con violensa,
se sente sordo o sêu romörezzâ
lazû in sce-i schêuggi,
ö mae mâ.

Oua o l’é limpido e azzûrro,
con fresche brixe che gh’increspan l’aegöa,
de remme ûn lento, lento sciabordâ,
e veie gianche filanti a l’orizzönte
ö mae mâ.

E gemme argentee, fregogge d’ûniverso,
e a lûnna a se respegia sbarassinn-a
mentre o gh’é e barche che van a-a lampâ
bonn-a pesca figgiêu
in sce-ö mae mâ.

Scaglia Mario – Il mio mare

S’alza, si inciampa, si infrange,
corre veloce su verso la spiagga
e già di nuovo torna a spumeggiare
alzandosi e abbassandosi
il mio mare.

Ora è verde, grosso, tumultuoso,
si infrange sulla rena con violenza,
si sente sordo il suo rumoreggiare
laggiù sugli scogli,
il mio mare.

Ora è limpido e azzurro
con fresche brezze che gli increspano l’acqua,
di remi un lento, lento sciabordio,
e vele bianche filanti all’orizzonte
il mio mare.

E gemme argentee, briciole d’universo,
e la luna si rispecchia sbarazzina
mentre le barche vanno alla lampara
buona pesca, figlioli,
sul mio mare.

Claödin dö Giabbe – A-o vegio flautista

De votte, passandö da Via Piave,
sentö ûn scigöelâ che o me reciamma,
in te l’ostaia lì da-a ferrövia,
ûn pöstö a-a bönn-a, cöscì,
senza preteise,
ûn föndegö de Sann-a
de quelli de ‘na votta.

Ti trêuvi facce
che pôan scörpie in tö legnö,
de gente senza tempo, quaexi antiga.

O gh’è ö pittö, o vegio caafattö,
gh’è l’ortolan, o bottâ,
gh’è ö vegiö penscionou
che ö l’ha sciûsciou bottigge
pe’ ‘na vitta,
gh’è ‘na lavea,
che a se ne sciorbe ûn quartö,
gh’è ö massacan, ö spegassin,
ö pescou, ö battilamma, ö savattin,
gh’è quaexi tûtta a stoia
de Sann-a de ‘na votta,
de facce e gente
che poan quaexi fantasmi,
e ‘n sêunno döçe
se sente in söttöföndö
l’è ûn flauto
che lento ö se fâ stradda
tra ö fûmmö de sigâri,
tra l’aodö dö vin,
sön vegie aiette, sön vegie melodie
sciortie da ûn flaöto doçe
sciûsciae da ûn vegio
che ormai ö l’è fêua dö tempo

Mario Scaglia  – Al vecchio flautista

A volte, passando da via Piave,
sento un fischiettio che mi richiama
nell’osteria li dalla ferrovia
un posto alla buona, cosi’,
senza pretese,
un fondaco di Savona
di quelli di una volta.

Ci trovi facce
che sembrano scolpite nel legno
di gente senza tempo, quasi antica.

C’e’ il pittore, il vecchio calafato,
c’e’ l’ortolano, il bottaio,
c’e’ il vecchio pensionato
che ha soffiato bottiglie
per una vita
c’è una lavandaia
che se ne beve un quarto,
c’e’ il muratore, l’imbianchino,
il pescatore, il fabbro, il ciabattino,
c’e’ quasi tutta la storia
della Savona di una volta
di facce e gente
che sembrano quasi fantasmi,
e un suono dolce
si sente in sottofondo
è un flauto
che lento si fa stradda
tra il fumo dei sigari,
tra l’odore del vino,
sono vecchie ariette, sono vecchie melodie
uscite da un flauto dolce
soffiate da un vecchio
che ormai è fuori dal tempo.

 


UNO SCOGLIO E UN’ONDA

Scoglio e onda si incontrano
fra terra e cielo si sfidano.
L’onda si muove
si spinge
rincorre la schiuma
schiaffeggia la roccia
si sfrangia, si schiaccia.
Seguendo maree di luna
ora calma
lambisce un tramonto
velluto leggero
ondeggia di stelle, la notte
poi cresce, e forte
si spezza e si placa.
Cristalli di gocce
sapori di sale:
risate di gioia o lacrime amare? 14633154_568535553341556_5885562046779068573_o
Io scoglio
tu, onda di mare

vieni a danzare su me.
Io scoglio
ti guardo, 
ti aspetto
e non cado.


Fra il mare e la terra
sto qui, in mezzo, riparo
e mi bagno di te.
Da sempre ti aspetto
da sempre tu arrivi
tu, onda di vita
che lavi e consumi i segni che ho.

© Lorella Ronconi
Je roule – Ed. Ets Pisa

 

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LA MEMORIA NON PERDE CIO’ CHE MERITA ESSERE SALVATO

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“Ho perso varie cose a Buenos Aires. Per la fretta o la sfortuna, nessuno sa dove siano andate a finire. Me ne sono andato con qualche vestito ed una manciata di fogli.

Non mi lamento. Con tante persone perdute, piangere per le cose sarebbe come mancare di rispetto al dolore.

Vita nomade. Le cose mi accompagnano e se ne vanno. Le ho di notte, le perdo di giorno. Non sono prigioniero delle cose;  loro non decidono nulla.

Quando mi sono separato da Graciela, ho lasciato la casa di Montevideo intatta.

Là sono rimaste le conchiglie cubane e le spade cinesi, gli arazzi del Guatemala, i dischi e i libri e tutto il resto. Portarmi via qualcosa sarebbe stata una truffa.

Tutto ciò era suo, tempo condiviso, tempo a cui sono grato; e me ne sono andato alla ventura, verso l’ignoto, pulito e senza pesi.

La memoria conserverà ciò che ne sarà degno. La memoria sa di me più di quanto ne sappia io; e lei non perde ciò che merita di essere salvato.

Febbre delle mie viscere: le città e la gente, staccatesi dalla memoria, navigano verso di me: terra dove sono nato, figli che ho avuto, uomini e donne che mi hanno accresciuto l’anima.”

E. Galeano (Giorni e notti d’amore e di guerra)

Immagine © Giuseppe Carelli


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