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UNA APPLICAZIONE CHE MAPPA L’ACCESSIBILITA’ NEL MONDO

Una ragazza grossetana nel 2012 fu la prima a tradurre in Italiano “Wheelmap.org” l’app di origine tedesca che mappa online i luoghi accessibili alle persone con disabilità

Tania Polidoro, studentessa in scienza delle comunicaioni, ha importato l’esperienza tedesca lavorando negli uffici Informagiovani del Comune di Grosseto.  “

C’è lo zampino di due donne grossetane con disablilità nella traduzione in Italiano del sito internet tedesco “www.wheelmap.org”; la prima guida online sull’accessibilità realizzata direttamente dalle persone disabili, che in giro per il mondo attribuiscono un giudizio sull’accessibilità dei lughi che visitano. Dai musei ai negoozi, dalle spiagge ai ristoranti, dai monumenti alle metropolitane. Insomma una specie di trip advisor dei percorsi turistici accessibili.

Si tratta di Tania Polidoro, studentessa poco più che ventenne della Facoltà di scienze della comunicazione a Siena, e di Lorella Ronconi, attivista dei diritti per le persone con disabilità e membro del Cda della Fondazione Il Sole. Lorella ha scoperto il sito tedesco navigando sulla rete, e lo ha segnalato a Tania, che ha avuto l’idea di tradurlo in Italiano e di iniziare la mappaturadella città di Grosseto. Che ha trovato sponda del Centro elborazione dati del Comune di Grosseto, dove il 30 aprile 2012 ha concluso uno stage di formazione universitaria.

“Wheelmap.org” è una realtà già esistente, nata nel 2010 in Germania attraverso la collaborazione tra un’associazione di volontariato e Google, che consente ad ogni cittadino di inserire dati riguardanti l’accessibilità dei luoghi della città. Il servizio, adesso tradotto in lingua italiana, è disponibile per le pricipali piattaforme operative di computer, tablet e smartphone.

«Ad esempio – spiega Tania – un commerciante può segnalare il proprio negozio come accessibile o una Pubblica Amministrazione può indicare un proprio ufficio come accessibile, parzialmente o interamente, secondo un sistema di segnalazione simbolicamente rappresentato dai tre colori del semaforo.

Obiettivo dell’iniziativa quello del coinvolgimento di cittadini e isitituzioni nel “popolare” di segnalazioni questo sito (www.wheelmap.org) che è appena diventato una realtà non solo grossetana ma anche italiana, proprio grazie all’impegno del Comune di Grosseto».

«Un passo avanti nella battaglia, questa si di civiltà – commentò l’assessore alle Politiche Sociali e all’Informatizzazione dell’Ente, Luca Ceccarelli (2012) -, per rendere più amica di tutti la città. Oggi, grazie all’impegno di Tania, siamo in grado di fornire un servizio utile a tanti nostri concittadini. Possono sembrare piccole cose – concluse Ceccarelli – ma solo agli occhi di chi tutti i giorni può vivere senza ostacoli mentre noi lavoriamo per abbatterli o, quanto meno, per sensibilizzare l’opinione pubblica».

From, Fondazione il Sole  onlus (News)

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DOPO LA GENERAZIONE DEL TELECOMANDO ARRIVA QUELLA DELL’AMICIZIA “VERA” VIA APP

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HO TROVATO QUESTO FANTASTICO POST SU FACEBOOK, MI HA IMMEDIATAMENTE COLPITA PERCHE’ HO TROVATO QUALCUNO CHE LA PENSA COME ME.

Io sono letteralmente imbufalita per questo. Come disabile vivo maggiormente questa ‘nuova era’ dell’affetto. Se per da verso fruisco della rete per ‘uscire’ di casa e ‘conoscere’ il mondo, dall’altra mi ritrovo ancora più sola, perché le persone si sentono ‘in pace’ con un like, o un messaggio su una W.A. che delega l’impegno di alzare la cornetta e fermarsi, un pò, che delega il muoversi , la fatica di venire ad abbracciare dal vivo.

E’ molto facile, se prima il telecomando ci ha fatto capire quanta fatica facevamo ad alzarci dal divano e cambiare i canali, adesso internet e i telefoni con le apps social, ci hanno illuminato sulla ancor più grande fatica di avere e mantenere una relazione di amicizia dal vivo.

È l’era dei sentimenti delegati, è l’era dell’indifferenza camuffata da ‘conoscenza’… : “In fondo che c’è di male se al ristorante con te sto sul mio smartphone? Sto solo cercando di capire, conoscere su Wikipedia? Sto solo’ aiutando ‘ un’ amico ‘ (mai visto) via Messenger.. Sto solo taggando la foto di ciò che abbiamo mangiato tesoro!”

Scritto con WordPress per Android da © Lorella Ronconi


SIMONE NORIA,INGEGNERE DISABILE: “NON AVETE IDEA DELLE POTENZIALITA’ CHE PUO’ AVERE UNA PERSONA DISABILE

“Io, ingegnere disabile, con un software permetto a chi è come me di comunicare. La tecnologia cambia la vita”

Simone Soria ha 36 anni e dalla nascita non cammina, non usa le mani, “e per di più – dice – articolo le parole a fatica”. Ha creato FaceMouse – programma che consente di scrivere al pc grazie a una webcam – e nel 2005 ha fondato Aida, l’unica realtà italiana che si preoccupa di ideare, realizzare e proporre soluzioni efficaci per i disabili motori gravi. E le sue idee sono arrivate fino in Giappone e Ucraina.

“Non avete idea delle potenzialità che può avere un disabile”.

Capelli scuri, occhi vispi, e il sogno di cambiare il mondo. Simone Soria ha 36 anni e nella vita fa l’ingegnere. Dalla nascita è affetto da disabilità motoria grave: non cammina, non usa le mani, “e per di più – dice – articolo le parole a fatica”. Nulla di tutto questo lo ha fermato. Da più di dieci anni, infatti, Simone sviluppa software per migliorare la vita deidisabili nella sua stessa situazione. E insieme alla sua cooperativa, Aida, gira l’Italia in lungo e in largo per assisterli. Spingendosi fino in Ucraina, Isole Mauritius e Giappone. “Grazie alla tecnologia possiamo cambiare la vita di tantissime persone”, spiega.

Tutto ha inizio in terza elementare, quando un operatore dell’Asl gli propone di utilizzare il computer in classe. “Fu l’inizio di una splendida avventura”, ricorda. Grazie ad un caschetto particolare, Simone riesce infatti a utilizzare la tastiera in maniera efficiente. Alla maturità si presenta con una tesina sulla Casa intelligente, quando la domotica era agli albori. Da lì la decisione di iscriversi al corso di laurea inIngegneria Informatica.

“Ero il primo disabile motorio grave a intraprendere questo percorso – racconta –. Le barriere istituzionali erano molte, e a volte erano azioni di ostruzionismo”. Come tesi di laurea, invece, Simone presenta FaceMouse, un programma ideato e realizzato di propria mano, che permette di utilizzare ilcomputer e di scrivere muovendo una qualunque parte del corpo davanti ad una comunissima webcam. L’elemento piùinnovativo è rappresentato dal fatto che si può interfacciare con qualunque movimento della persona, un po’ come l’acqua che prende la forma del contenitore che la raccoglie.

Nel 2005, la svolta. Simone decide di mettere le sue competenze a disposizione dei disabili e delle lorofamiglie. È lì che nasce la cooperativa sociale onlus Aida, acronimo di “ausili ed informatica per disabili e anziani”, l’unica realtà italiana che propone e realizza soluzioni efficaci per i disabili motori gravi. Da Aosta a Trapani, Simone e le 5 persone del suo team incontrano disabili e le loro famiglie in giro per l’Italia. “Il nostro obiettivo è proprio quello di permettere anche ai disabili gravi di essere inclusi nellasocietà, nella scuola e nel lavoro”. Ad oggi, dopo 10 anni di attività, sono stati aiutati più di 400 persone, “ma potremmo raggiungerne molte altre”, aggiunge.

E non è tutto. La tecnologia sviluppata da Simone è arrivata fino in Giappone. I primi contatti ci sono stati nel 2005, quando un ricercatore dell’istituto governativo Nise (National Institute for Special Education) lo ha invitato a Yokosuka per sperimentare FaceMouse con alcuni bambini disabili gravi. Il software, inoltre, ha ricevuto diversi riconoscimenti relativi a innovazione e utilità sociale, tra cui il brevetto internazionale, il marchio in Cina, Giappone ed Europa. “All’estero stiamo lavorando soprattutto in Giappone, con l’aiuto di mia moglie come interprete. Ma siamo stati anche a Shanghai e Pechino in occasione di Expo 2010, abbiamo aiutato ragazzi in Ucraina, nelle Isole Mauritius e in Francia. Stiamo preparando un sito internet multilingue per proporci in modo più sistematico”.

L’ostacolo più difficile da superare rimane ancora la “diffidenza di molti genitori di bambini disabili”, inclusi medici e professionisti dell’handicap in genere. C’è poi da fare i conti con l’indifferenza e lanegligenza: “Quanti problemi si risolverebbero – dice – se, ad esempio, ogni insegnante ed educatorescolastico mettesse un po’ di impegno e spirito d’iniziativa nel lavorare con lo studente disabile”.

“Sogno di formare educatori ed insegnanti di sostegno pronti a valorizzare le capacità del proprio studente”

Dopo la laurea (con lode), il matrimonio, una battaglia vinta contro il cancro, Simone ha ancora voglia di lottare. E i suoi progetti non si fermano: oltre a FaceMouse ora c’è da testare EasyMath, un software di matematica che permette di scrivere formule in modo semplice ed intuitivo. Ma anche Fabula, una tastiera virtuale utilizzabile con un dito che permette di comunicare, scrivere e giocare con il pc. “Spesso nelle scuole i disabili sono solo parcheggiati in classe e abbandonati a se stessi –  racconta – Io sogno di formare educatori ed insegnanti di sostegno pronti a valorizzare le capacità del proprio studente”. Prossima fermata? Simone sorride: “Andiamo fino ai confini del mondo”.

TRATTO DA www.ilfattoquotidiano.it


DETROIT, GIOVANE ALUNNO INVENTA IL PASSEGGINO A RUOTE PER UNA MAMMA PARAPLEGICA

Sharina Jones ha ora la possibilità di portare da sola il suo bambino in passeggiata grazie ad un alunno adolescente    di 16 anni che ha inventato la fantastica sedia- passeggino a ruote


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Quando aveva cinque anni, Sharina Jones è stata colpita alla gamba da un altro bambino che gioca con una pistola, di conseguenza ha trascorso gli ultimi 30 anni ad imparare il suo stile di vita su misura. Quando seppe che era in attesa del suo primo figlio lo scorso autunno, si rese conto di un problema che non aveva trovato una soluzione adatta per tutto ciò, afferma Sharina: “Molti dei miei amici hanno bambini e con loro vanno fuori con i loro bambini nel passeggino e ho pensato: ‘Che cosa devo fare?'”.
Fu allora che Jones, avendo già avuto una collaborazione tra l’Università di Detroit Mercy e una scuola superiore locale lavorando con gli studenti per dare progetti STEM a livello universitario. Jones quindi ha collaborato con Alden Kane, 16 anni, presso l’Università di Detroit Jesuit High School e per sei mesi, Alden ha progettato un ruote passeggino per soddisfare le esigenze della nuova mamma. Spiegando il suo processo di progettazione, Kane ha detto a “The Michigan Cattolico”: “E ‘stato bello incontrare [Jones] e parlare con lei di ciò che vuole e non vuole. Parlare con lei è stato un grande aiuto determinare la fattibilità del dispositivo, dove mettere una borsa per pannolini … “.

Dopo sei mesi di duro lavoro, sei mesi di lavoro in officina, era impagabile vedere il design della sedia a rotelle passeggino con il bambino. Ora che l’invenzione è stata completata, lo studente di scuola superiore prevede di perfezionare il prototipo e, infine, la brevettazione.

Di XAVIER MESALLES 

www.comparadordeproductosdeortopedias.com/

 

 

 

 

 

 


MONICA IACOPINI, UNA FOTOGRAFA MAREMMANA PORTA LA DISABILITA’ IN MOSTRA AL LOUVRE AL “THE FIFTH ANNUAL EXPOSURE AWARD” PREMIATA TRA OLTRE 5 MILIONI DI PARTECIPANTI

Incredibile! La mia carrozzella scelta a New York e poi in mostra a Parigi al The 5th Annual Exposure Award! Feliceee!

Monica Iacopini una imprenditrice di Follonica (Gr) con la passione della fotografia è stata selezionata tra oltre 5 milioni di foto partecipanti ed il suo scatto il 13 Luglio è stato in una mostra digitale al Louvre. “La differente bellezza” su una carrozzella in abito da sposa davanti ad un tramonto estivo della Maremma Toscana è riuscita ad arrivare tra i primi 107 che verranno inseriti in un book cartaceo: “The dreamers collection”.DSC05261con lore

 La sua foto è passata in digitale al Louvre nell ‘ambito del The Fifth Annual Exposure Award senza aver pagato, senza aver raggiunto i 100 like sul sito ma perchè è stata giudicata dalla giuria, verrà inserita poi in un book cartaceo Dreamers Collection insieme alle altre 107 foto di questa sezione selezionate tra le oltre 5 milioni arrivate da tutto il mondo. Il concorso  istituito a New York.

Monica racconta così la disabilità. Il progetto era nato per essere inserito nel 2014 nel contesto de La Città Visibile di Follonica dal titolo: “La differente bellezza” ragionando  assieme ci venne in mente l’idea di evidenziare cio’ che è invisibile a causa di stereotipi o tabu’, la bellezza di una donna “seduta” su una carrozzella. E’ solo nell’assenza che si percepisce la presenza, così detti a Monica la mia carrozzella e lei con grande capacità, professionalità e precisione comincio’ a vestirla con abiti differenti, stole, sciarpe, scarpe, cappelli…e ha pensato a tutto, anche nel portarla, sistemarla in location del nostro meraviglioso territorio, la Maremma Toscana. Venuta a conoscenza di questo evento gratuito, Monica ha inviato questa “donna” invisibile e sognante a New York senza mai immaginare che la bellezza di quel cuore nascosto è stata vista,  senza aver raggiunto i 100 like sul sito ma perchè è stata giudicata dalla giuria che aveva da scegliere tra oltre 5 milioni di fotografie!

Adesso verrà inserito in un book cartaceo Dreamers Collection insieme alle altre 107 foto di questa sezione selezionate tra i milioni arrivate da tutto il mondo.

Grazie infinite Monica!!! 

 

La lettera di accompagnamento dal Fondatore della Fondazione “See Me” William Etundi Jr. 

SeeMe Exhibitions
OFFICIAL LETTER OF RECOGNITION

Dear Monica Iacopini,
It’s been an honor to show your photography as part the Fifth Annual Exposure Award. The work of this year’s project has been extraordinary, viewed by over five million photo enthusiasts from around the world. Additionally, your photograph was included in a digital display of images presented at the Exposure Award Reception at the Louvre.

Your photography was included in the Dreamers Collection
and was presented at a private reception at hosted at:
Musee du Louvre
75058 Paris – France
July 13th, 2015
Photography holds power. The act of taking a photo acts as a historical marker and a capture of time. Just as archaeologists offer hypotheses about ancient societies based on cave paintings, historians of the future will base their conjectures about us on the photography that is happening at this very moment, including yours.
As technology makes our world more interconnected, the act of creation has become a universal language and a vital conversation. Your photography, represented at the Fifth Annual Exposure Award reception is a thrilling contribution to that dialogue.
It’s been an honor to have your work included. Thank you for sharing your photography with us and with the world.

Sincerely,

William Etundi Jr.
Founder of SeeMe


BRAIN COMPUTER INTERFACE CI FARA’ MUOVERE LE COSE CON IL PENSIERO

Di Niccolò Viviani

Mentre Oculus è ormai abbastanza conosciuto, ancora pochi sono al corrente della tecnologia BCI. Io stesso non ne sapevo niente fino a circa un anno fa…

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Quando all’inizio del 2014 spostammo il nostro HQ dal centro di Santiago del Cile a Viña del Mar, una città sulla costa e vicina alla più conosciuta Valparaiso, cercavamo qualcuno cui subaffittare la casa in cui stavamo vivendo. A Marzo finalmente, Antonio, uno dei miei partners a Exosphere, tornò con successo da un incontro nella capitale: aveva trovato un team di scienziati dall’Ucraina interessato ad affittare la casa a breve termine, dato che erano temporaneamente in Cile per i 6 mesi garantiti alle startups accettate nel programma Start-Up Chile (a proposito, guardatevi il sito per free money).

Sono persone molto particolari – ci disse Antonio. Mi hanno fatto accendere e spegnere la luce con il pensiero. La loro tecnologia è magica. E sembrano pure maghi e maghe, guardate il loro profilo su facebook!

Fui introdotto così per la prima volta ai ragazzi del team MindHack, e non sapevo che questa coincidenza mi avrebbe aperto le porte della tecnologia del Brain-computer Interface (BCI). Un anno e mezzo dopo stiamo lavorando insieme a sviluppare alcune applicazioni di questa tecnologia, mentre cerchiamo anche di spingere il campo tramite la nostra piattaforma educativa.

BCI è una tecnologia che permette comunicazione diretta tra l’attività neuronale ed un dispositivo esterno: si tratta essenzialmente (potete facilmente approfondire online se interessati) di una tecnologia basata sull’abilità di leggere l’attività neuronale, processare i segnali ed inviare comandi al mondo esterno.

Ricerca e sviluppo  sono stati focalizzati soprattutto in applicazioni con l’obiettivo di ripristinare abilità fisiche, specialmente il movimento.

Negli ultimi anni traguardi molto importanti hanno permesso a persone con serissime disabilità motorie di eseguire normali ma complesse azioni, come ad esempio servirsi da mangiare o da bere, controllando un braccio robotico tramite il pensiero. Le storie di Cathy Hutchinson e Jan Scheuermann sono ben documentate.

Come si nota dall’immagine, questo risultato è ottenuto tramite un interfaccia invasiva: un sensore è impiantato chirurgicamente a diretto contatto con il cervello (e nuovi interessanti approcci sono in fase di sviluppo). Il metodo invasivo è necessario per azioni complesse come muovere un braccio (molti gradi di libertà), ma la tecnologia BCI si è evoluta anche nella direzione di sensori parzialmente invasivi e non invasivi, e con questi oggi è possibile comandare un robot esterno o accendere la luce in modo relativamente semplice, proprio come Antonio aveva avuto modo di fare con sua grande sorpresa.

Su Amazon già da anni sono acquistabili dispositivi che leggono la tua attività cerebrale e si possono giocare semplici videogiochi con il pensiero. Per comandare invece robots o altri dispositivi esterni è necessario un ulteriore lavoro di software e hardware, ciò di cui noi ci occupiamo. Qui sotto potete vedere un video di una dimostrazione che abbiamo fatto in un liceo cileno, in cui gli studenti hanno accesso e spento la luce, guidato un piccolo robot-car, giocato sull’Ipad e usato GoogleGlass con i loro pensieri.

Questa tecnologia ha chiaramente un impatto maggiore per persone in condizione di disabilità fisica. I nostri amici in Ucraina per esempio stanno lavorando per aiutare una signora a controllare la propria sedia a rotelle, mentre l’esercito statunitense sta usando questa tecnologia per riabilitare i soldati tornati dalla guerra.

O possiamo immaginare persone disabili controllare un’intera smart-house, dalla macchina del caffè alla luce, dalla porta alla tv. O combattere battaglie di droni.. e vincere!

Per le persone senza disabilità, adottare questa tecnologia nella vita di tutti i giorni rimane, almeno per il momento, più complicato che utile. Il processo di apprendimento infatti è una delle sfide (ma anche uno dei lati più interessanti) di questa tecnologia: come per imparare ad andare in bicicletta, è necessario un periodo di fallimenti e pratica, finchè un giorno rimanere in equilibrio e pedalare diventa quasi automatico. All’inizio devi usare il 100% del tuo spazio mentale per non cadere, ma dopo un pò sei in grado di pedalare mentre parli con un amico, mangi il gelato e guardi la strada. Lo stesso vale per BCI: saremo in grado di accendere la luce col pensiero mentre stiamo chiacchierando a tavola e bevendo un bicchiere di vino, senza particolari sforzi.

Il nostro cervello è flessibile e con il tempo si adatta a coordinare nuove interazioni con il mondo esterno.

Ma già oggi la tecnologia BCI inizia ad avere (o avrà) applicazioni nel mondo comune, in campi come la sicurezza alla guida, il controllo dei danni cerebrali in sports di contatto, la predizione di crisi epilettiche, brain-fitness, musica, neuromarketing, videogames… fino magari al controllo di navicelle spaziali (sì, siamo molto interessati allo spazio, motivo per cui stiamo facendo questa cosa quia Budapest) e molte altre applicazioni cui ancora non abbiamo pensato (o di cui non ho sentito).

Due trends molto importanti affinchè questa tecnologia possa essere parte integrante della nostra vita quotidiana sono quello della risoluzione delle interfacce non invasive (la cui qualità finora ha raggiunto quella delle interfacce invasive in circa 10 anni) e quello di nuove soluzioni per dispositivi non invasivi più user-friendly (un esempio qui).

NICCOLO’ VIVIANI
Viña del Mar (Cile), 4 luglio 2015

P.S.
Se sei una persona interessata in questa tecnologia, sia da un punto di vista tecnico che imprenditoriale, ti invito ad attivarti nella ricerca di chi se ne sta già occupando nel tuo network personale. Altrimenti puoi contattare me o Luca Tonin del team diEXiMotion (e team leader di WHi che parteciperà al Cybathlon 2016 di Zurigo).

Di Niccolo’ Viviani from chefuturo.it


QUANDO UNA PROTESI E LA RELATIVA DIVERSA ABILITA’ FANNO PARTE DEL TUTTO E SONO PARTE DI UN FASCINO CHE CREA SENZA SEPARARE

«Viktoria Modesta – scrive Antonio Giuseppe Malafarina – è innanzitutto una persona, poi, almeno per il momento, è nota come una pop star.

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    Da ARTE E CULTURA
Da ANTONIO GIUSEPPE MALAFARINA
Che sia anche disabile è una parte del tutto, non la parte che definisce il tutto. Con lei siamo nell’era della modernità, quella delle protesi avveniristiche che si accendono di led e che non hai paura di togliere, mostrando il moncherino. Questo è il futuro – che è presente – e che spero diventi presto conclamato» Viktoria Modesta si presenta quale personaggio sospeso fraBetty Boop [celebre personaggio del mondo dell’animazione americana degli anni 1932-1939, N.d.R.] eRachel, la segretaria, replicante, della Tyrell Corporation del noto film Blade Runner. Fra una pin-up dei fumetti, sensuale e un pizzico infantile, e una “donna surreale”, elegantissima quanto capace di grande passione in virtù della sua fragilità esistenziale. Due simboli temporalmente opposti, il primo emblema nostalgico di un’epoca ben definita e l’altro icona di un divenire plausibile quanto irrealizzato. Al centro lei, raffinata e ambiziosa. Convinta di poter cambiare il mondo, non solo quello dell’arte pop, esibendo la sua protesi alla gamba sinistra con la sfrontatezza di For the love of God di Damien Hirst e la naturalezza dell’orologio sul polsino di Gianni Agnelli. Viktoria nasce nel 1987 a Daugavpils, in quella Lettonia che allora era Unione Sovietica e la cui influenza culturale sembra emergere, per antitesi, nel suo spirito volto alla rivisitazione degli schemi, alla creatività e a una certa forma di provocazione, sottile e intelligente. A 12 anni la famiglia si trasferisce a Londra. A 15 anni è modella.
Più tardi si ferrerà in campo musicale e la sua carriera sarà caratterizzata da un’accurata presentazione del suo corpo nell’affermazione delle sue doti canore, pur mostrando una propensione ad essere aperta a qualunque contaminazione artistica e culturale, come dimostrano la sua abilità nella danza e il suo impegno nel campo della disabilità. Vittima di bullismo a scuola, la lascia alle superiori, ma la disabilità non ne è la causa primaria. Ai media inglesi rivela che aveva tutto per essere presa in giro: il tipo di pelle, il nome, il fatto di essere straniera e anche la disabilità. Ma quel difetto alla gamba sinistra ha il suo peso. È così dalla nascita a causa di un parto riuscito male. Una manovra compiuta come non si doveva e l’arto resta offeso. Fra i 6 e i 12 anni si sottopone a quindici interventi per migliorare la situazione, ma l’esito non è confortante. Ancora adolescente, scopre Aimee Mullins, atleta paralimpica statunitense, attrice e modella biamputata che sfila per Alexander McQueen, primo stilista a far sfilare una modella amputata, proprio la bella Aimee. Fiorisce in lei il desiderio di rimuovere la gamba per stare meglio. Insiste e riesce a convincere i medici ad amputare la gamba sinistra, appena sotto il ginocchio. È una nuova vita. Ha 20 anni.
Racconta di essersi sentita subito ringiovanita. Inizia a usare via via diversi tipi di protesi, ma non disdegna di mostrare la gamba amputata e finanche a farsi fotografare nuda in immagini d’autore. La ragazzina ha testa. Non è una “bambola con parti intercambiabili” che prendi e usi come vuoi. Non è la caricatura di se stessa, tanto meno la controfigura di qualcuno. Non insidia Lady Gaga, semplicemente va oltre. Recentemente partecipa alla versione britannica di X Factor e il suo pezzo in rete Prototypericeve in poco tempo milioni di clic, consacrandola come pop star di livello planetario. Nel suo sito si vede il video che si presta a suo manifesto. C’è lei che balla con una protesi appuntita. Movenze in cui la punta del suo corpo compasso lascia tracce nette sull’ostico pavimento. Lei lo incide. Lo spacca. Altrove sfoggia tutta la sua bellezza con classe, davanti ai bimbi, contro le “milizie dell’oscurantismo” che vogliono fermare la rivoluzione che lei ha innescato. E si mostra anche con il corpo nudo, senza protesi, assisa su un letto con lenzuola di seta, “altare di lussuriose avventure”. Il video inizia con un ammonimento: dimenticate quello che pensate della disabilità. Viktoria, che nel filmato indossa una protesi al neon di altissima fattura della The Alternative Limb Project e altre che spaziano da quella appuntita a quella tempestata di strass, nel 2012 ha partecipato alla cerimonia di chiusura dei Giochi Paralimpici di Londra, ma non pensa a sé come a una persona disabile, semmai come ad una persona con problemi di salute, e questo me la rende definitivamente una protagonista. Per chi scrive, infatti, che quotidianamente professa i princìpi dell’ICF, la Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, non è altro che musica. Finalmente una dimostrazione in carne e ossa di come la disabilità non sia altro che il rapporto fra condizione di salute della persona e ambiente circostante. Viktoria è innanzitutto una persona, poi, almeno per il momento, è nota come una pop star.
Che sia anche disabile è una parte del tutto, non la parte che definisce il tutto. In buona sostanza, Viktoria non guida una rivoluzione, tuttavia la mette in atto. Siamo ancora lontani dai replicanti, meravigliosi agglomerati sintetici di tessuti in luogo di quelli naturali, ma siamo nell’era della modernità, quella delle protesi avveniristiche che si accendono di led, che ti fanno scattare come una pantera lungo la corsia dei cento metri e che non hai paura di toglierle per mostrare il moncherino. È un termine brutto, ma è parte di sé. È il corpo di Viktoria al pari delle parti artificiali. Lo sa e lo vive. Questa è davvero la novità. L’essere se stessi attraverso se stessi.

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Fonte: superando.it


E-SIGHT: LA TECNOLOGIA CHE FA RICONOSCERE AD UNA MAMMA CIECA IL VOLTO DI SUO FIGLIO

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E-sight è un nuovo progetto tecnologico che ha donato la vista ad una mamma canadese affetta, sin dall’età di 11 anni, da una malattia genetica che l’ha resa quasi totalmente cieca.

La giovane donna è affetta dalla sindrome di Stargardt, che colpisce la retina e porta alla perdita della vista. Kathy infatti ha perduto la capacità di visione centrale e sta gradualmente perdendo anche la visione periferica. Nessuna speranza per lei, a detta dei medici, di riacquistare la vista ma il miracolo è avvenuto.

Un miracolo tecnologico, che è stato possibile grazie ad una tecnologia all’avanguardia: E-sight. Si tratta di un paio di occhiali speciali che integrano una videocamera, un display ed un sistema computistico avanzato in grado di riprendere a 360° la realtà circostante, e di riprodurla in tempo reale.

Grazie a questo gioiello della tecnologia, Kathy è riuscita a vedere il mondo circostante e ha realizzato il sogno di vedere il figlio neonato, Aksel. Con grandissima emozione, la donna è riuscita finalmente a vedere il suo piccolo e ad assaporare la gioia di vedere, per la prima volta, il marito con in braccio il bambino.
Una rivoluzione epocale, e un enorme passo avanti nella ricerca di dispositivi in grado di migliorare la vita delle persone diversamente abili.

E-sight, progettato e realizzato in Canada, sarà presto distribuito negli stati limitrofi: attualmente, al costo di 15 mila dollari, hanno potuto usufruirne 145 persone in tutto il Nord America (130 in Canade e 15 negli USA).

Photo Credit: http://abcnews.go.com/

Articolo da Henable.me  Henable


MEDICO DI VICENZA INVENTA UNA INCUBATRICE UNICA AL MONDO PER SALVARE I BAMBINI

Il medico vicentino che ha inventato una macchina per salvare i bambini

Claudio Ronco e «Carpediem», il suo apparecchio in miniatura per la dialisi dei neonati La missione La scelta di rinunciare al brevetto: «Mica l’abbiamo costruita per fare soldi»

di Gian Antonio Stella

 Da Corriere.it

Lisa è una bambina nata due volte. La prima volta, alla fine di agosto del 2013, a causa d’un parto complicato, aveva una gravissima insufficienza renale. Così grave che pareva irrimediabilmente perduta. Il destino di 90 su cento dei piccoli nati con quei problemi. Come potevano salvarla se non esistevano macchinari per la dialisi dove tutto fosse in miniatura e le multinazionali non erano interessate a metterci soldi per costruirli? La seconda volta, Lisa è nata negli ultimi giorni dell’estate. Quando finalmente chiese il latte. Dopo tre settimane di speranze, angosce, spaventi, notti insonni dei genitori, dei medici, degli infermieri.

La prima neonata al mondo

Da grande potrà raccontarla come un’avventura di cui non ricorderà nulla. Tranne quello che le spiegheranno i genitori. E cioè che è stata la prima neonata al mondo salvata da una macchina costruita apposta per lei e i bambini venuti dopo di lei (il 18 per cento dei «prematuri») all’ospedale «San Bortolo» di Vicenza da un medico che, dopo aver lavorato in America e fatto esperienza in mezzo mondo, è riuscito a metter su una squadra che tiene insieme scienziati di varie discipline.
Si chiama Claudio Ronco, ha diretto il laboratorio del Beth Israel Medical Center di New York, ha pubblicato i suoi lavori sulle più prestigiose riviste scientifiche del pianeta, è finito nel 2014 al primo posto nella classifica dei più importanti scienziati del rene stilata dalla John Hopkins University , insegna in vari atenei italiani, americani e cinesi ed è appena uscito con un libro (Colla editore), in cui racconta la sua «Storia di una bambina, di un medico e di una macchina».

«Carpediem, un miracolo della tecnologia»

Si intitola, il libro, col nome proprio di quella macchina, «Carpediem». In linguaggio scientifico: Cardio-Renal Pediatric Dialysis Emergency Machine . In latino, come ricordano i lettori di Orazio, «ruba un giorno» al futuro. E con quello spirito partì la battaglia intorno alla culla di Lisa: l’obiettivo era di rubare un giorno e poi un altro e un altro ancora alla cattiva sorte che pareva non lasciare scampo.
Scrive nella prefazione Umberto Veronesi: «Carpediem è un miracolo della tecnologia e della fusione di più discipline scientifiche allo scopo di realizzare il rene artificiale perfetto per i bambini neonati. Qualcosa che non c’era, qualcosa di cui vi era necessità, qualcosa che, per fare eco ai colleghi americani, cambierà il modo di fare medicina nei pazienti neonati con problemi renali».
Il tutto grazie a un metodo: «Claudio ha realizzato quello che per anni è stato anche il mio sogno di medico», spiega il grande oncologo che nel 2000 fu anche ministro della Sanità, «e cioè mettere assieme in un’unica struttura l’assistenza, la didattica e la ricerca. L’assistenza dei pazienti con una buona dose di umanità affiancata alla forte vocazione tecnologica della disciplina nefrologica».

© RIPRODUZIONE RISERVATA
http://www.corriere.it/cronache/15_gennaio_23/medico-vicentino-che-ha-inventato-macchina-salvare-bambini-52a44d9e-a2d0-11e4-9709-8a33da129a5e.shtml

3 DICEMBRE 2014: 12° GIORNATA MONDIALE DELLE PERSONE CON DIVERSA ABILITA’, PIU’ DI UN MILIARDO IN TUTTO IL MONDO E OLTRE 4 MLN IN ITALIA, ANCORA OGGI INVISIBILI? LA TECNOLOGIA COME RISORSA PER UN FUTURO DI MIGLIORE AUTONOMIA

Giornata della disabilità

5 novità del 2014 da non perdere

Più di un miliardo in tutto il mondo, circa 4,1 milioni in Italia (stima Censis). Per questo si celebra il 3 dicembre l’International Day of Persons with Disabilities dal 1992. Stiamo parlando dei persone con diversa abilità, che, nonostante siano il più grande “gruppo di minoranza” del mondo, rimangono ancora oggi ignorati dai processi di sviluppo della società. Proprio per promuovere la comprensione e l’integrazione delle persone con handicap, sensibilizzando l’opinione pubblica, nel 1992 le Nazioni Unite hanno proclamato la Giornata internazionale della disabilità.

Il tema di quest’anno è “Sustainable Development: The promise of technology” (Sviluppo sostenibile: la promessa della tecnologia). E proprio quest’anno sono state numerose le invenzioni che stanno provando a migliorare la vita quotidiana dei disabili: da Upsee, la speciale imbracatura che aiuta i bambini a camminare insieme ai genitori, fino alla “S.m.a.r.t. Home” – un’abitazione costruita su misura per chi si muove su una sedia a rotelle – passando per l’avveniristica mano bionica realizzata dagli scienziati del progetto NEBIAS. Nella top-five 2014 delle iniziative per l’integrazione, poi, bisogna includere Geox for Valemour, un progetto di moda sviluppato da persone con Sindrome di Down, e il ristorante Dans le Noir, dove si cena al buio e si viene serviti da camerieri non vedenti.


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