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MOVE@BILITY: AFFETTIVITA’, SESSUALITA’ E DISABILITA’, IL PUNTO AD OGGI

“La differente concezione tra i due sessi nasce già tra i “normali”…  Anche  quando parliamo di sessualità, il pensiero va quasi automaticamente all’uomo disabile, quasi che noi donne non avessimo quest’esigenza.”

Riporto con gioia l’intervista pubblicata da Move@bility, felice e sempre pronta a promuovere abbattimento di barriere culturali per le persone con differente abilità. Grazie a tutti per la possibilità che mi avete donato.

03/08/2016 – SESSUALITÀ E DISABILI: UN TABÙ CHE RESISTE

Le persone disabili fanno sesso o, semplicemente, sono interessate alla sessualità e ad una vita di coppia come quelle “normali”?  A giudicare da come stanno le cose, in Italia e non solo, la risposta a questa domanda sembrerebbe negativa. Ma, in realtà, le cose stanno in maniera “leggermente diversa”.

Foto di Maria Vittoria Peccatori

Lorella Ronconi (© Maria Vittoria Peccatori)

Ne parliamo con Lorella Ronconi, Cavaliere della Repubblica Italiana in virtù di una vita spesa in prima linea per l’affermazione e la difesa dei diritti delle persone disabili, incluso quello ad affettività e sessualità. Lorella, affetta lei stessa da una disabilità fisica fortemente invalidante, oltre a vantare un curriculum ricco di esperienze in associazioni, onlus, istituzioni locali, nella quali ha messo la propria caparbietà tipicamente toscana al servizio dei diritti di chi non ha voce, lottando per l’abbattimento delle barriere architettoniche e culturali che ancora condizionano la vita di milioni di disabili, in Italia e non solo.

– Ciao Lorella e grazie per la tua disponibilità a fare questa chiacchierata. Ti va di presentarti agli amici di Move@bility?

Ho 54 anni, sono toscana e, anche se dall’età di 2 anni convivo con una grave malattia genetica, sono sempre innamorata della vita. Grazie ai miei genitori e ad insegnanti “illuminati”, sono stata tra le prime persone disabili in Italia a frequentare le scuole “normali”.  Il mio carattere e la mia sensibilità verso gli altri mi hanno spinta da sempre ad impegnarmi in prima persona nel sociale. Tra le mie grandi passioni, l’arte, la poesia e il web, in particolare i social media, che considero strumenti essenziali per abbattere le barriere culturali che ancora oggi ghettizzano noi disabili.

– Veniamo subito all’argomento centrale di questo nostro incontro: disabili e sessualità. Perché questo tema è ancora tabù, nel 2016?

Alla base del tabù c’è la visione della persona disabile come “malata”, mentre la disabilità è, innanzitutto, una particolare condizione permanente (fisica o psichica). In genere, quando affronto quest’argomento in contesti pubblici, utilizzo quest’esempio: quando una persona è a letto con l’influenza, è difficile che venga considerata sessualmente desiderabile, ci si limita ad accudirla e curarla perché guarisca. Ecco, agli occhi di chi considera tabù l’accostamento tra disabili e sessualità, è come se noi disabili avessimo perennemente l’influenza: quindi, guai a considerarci sessualmente desiderabili o, men che meno, attivi!  Nella migliore delle ipotesi, ci considereranno eterni bambini, naturalmente privi di pulsioni e desideri sessuali.

– Per le donne disabili (lo sappiamo bene, in quanto entrambe parte della categoria), il tema è ancora più “sensibile”, perché risente dello stesso retaggio culturale che, per secoli, ha visto (e, in alcune culture, vede tuttora) la donna come “oggetto” e non “soggetto” di pulsioni sessuali. Ma è davvero così?

La differente concezione tra i due sessi nasce già tra i “normali”, come dicevi tu. Anche  quando parliamo di sessualità, il pensiero va quasi automaticamente all’uomo disabile, quasi che noi donne non avessimo quest’esigenza. Anche i media contribuiscono a rafforzare questa convinzione: sono ancora troppo pochi, per fare un esempio, i film nei quali la disabilità in tutte le sfaccettature è raccontata “al femminile”. Ma la pulsione sessuale non è una cosa legata al modo di camminare, vedere, sentire: è connaturata al nostro essere umani, senza differenze, se non di carattere “meccanico”, tra i due sessi, indipendentemente dall’eventuale presenza di disabilità.

– Secondo te, l’introduzione della figura dell’assistente sessuale è una soluzione efficace e, se sì, per entrambi i sessi? Risponde anche al naturalissimo bisogno di affettività, oltre a soddisfare delle pulsioni (anch’esse naturali, beninteso)?

Sia che si parli di disabili maschi o femmine, non è sufficiente limitarsi ad introdurre la figura dell’assistente sessuale, per rispondere con un tocco di bacchetta magica alle esigenze delle singole persone, a maggior ragione in una sfera così delicata come quella affettiva e sessuale. La mia impressione è che manchi un chiaro progetto, a livello Italia, su come “disegnare” questa figura, che, per com’è comunemente pensata, risponde sicuramente di più alle esigenze “meccaniche” maschili. Per la donna, il discorso è un po’ più complessa- anche a livello, per l’appunto, “meccanico”- oltre al maggior bisogno di un coinvolgimento affettivo. Sarebbe necessario istituire una figura professionale ben disegnata, che possa rispondere interamente alle esigenze “fisiologiche” ed affettive (a queste ultime risponde, per esempio, la “coccola-terapia”) dei vari disabili, maschi e femmine. Prima dell’assistente sessuale, bisogna formare figure professionali come assistenti sociali, consulenti, psicologi e psichiatri, in modo da dare loro anche una effettiva cognizione dell’esigenza dei disabili di soddisfare bisogni anche di natura sessuale ed affettiva e metterle in condizione di rispondere in maniera efficace  a tali legittime necessità. Invece, oggi, fin troppo spesso si “risolve il problema” prescrivendo pasticche di bromuro (che agiscono solo sull’inibizione della libido) o demandando tutto, ancora una volta, alle famiglie, con implicazioni psicologiche non di poco conto, per genitori che si trovano a dover soddisfare le esigenze “fisiologiche” dei figli anche in una sfera così intima e, quando chiedono aiuto o consigli, si trovano davanti persone impreparate a rispondere in modo efficace.

– Quanto conta la componente affettiva e sentimentale, nella vita sessuale di una persona disabile (indipendentemente dal sesso)?

È essenziale, perché l’amore è vita, per tutti, disabili compresi.

– Immaginiamo una scena: due persone, una disabile e l’altra no, insieme, in atteggiamento, diciamo così, “molto affettuoso”. Nella stragrande maggioranza dei casi, la gente che le guarda pensa che si tratti di persone legate da un vincolo di amicizia, parentela o, al più, di malato/a e badante/assistente. Come convincere quelli che tu hai definito efficacemente “otturati di mente” che si tratta di una situazione del tutto normale?

Siamo in piena era della comunicazione, quindi usiamola! Servono tantissime campagne di sensibilizzazione anche sulla sessualità, aspetto centrale della vita dei disabili, come di tutte le persone. Bisogna “scioccare”, far toccare con mano (o con gli occhi) il fatto che la disabilità non è antitetica al sesso e alle logiche dell’attrazione, anche verso i  “normodotati”.

– Secondo te, cosa si può fare, a livello istituzionale e culturale, per promuovere una cultura di effettiva accettazione della disabilità come condizione non da compatire, ma da considerare assolutamente normale, abbattendo non solo le barriere architettoniche, ma anche (e innanzitutto) quelle culturali?

Metterci la faccia, far vedere che siamo persone e non animaletti malati da accudire. Poi, impegnarci a far rispettare la Convenzione dell’ONU sul diritto alle persone con disabilità (firmata dall’Italia nel 2009) e le leggi esistenti sull’abbattimento delle barriere architettoniche, attraverso lo stanziamento di risorse economiche adeguate. Ma, soprattutto, noi disabili dobbiamo “fare sistema” ed entrare in politica, impegnarci in prima persona, insieme, per arrivare ad un risultato. Solo in Italia, secondo le stime dell’ISTAT, ci sono più di 4 milioni di disabili, più i familiari: dobbiamo “fare rumore”. Non siamo “invisibili” e non dobbiamo esserlo, anche a livello di pubblicità e marketing: a quando un (o una) testimonial disabile nello spot di un brand “figo”?

Non vediamo l’ora! E chissà che… Stay tuned! 

Pubblicato in: Move@bility & friends

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#ILMASCHIOINCHAT DI INCONTRI, QUANDO SI ACCORGE CHE LA DONNA E’ DISABILE? SCUSA, MI DISPIACE, NON VOLEVO

#ilmaschioinchat: per le donne diversamente abili nessun progresso sul sesso. “Sarebbe ignoranti cercarlo da te” – ” Sono seduta in carrozzella non asessuata” – “Scusa. Non ho studiato medicina”

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Ogni tanto vago in chat di incontri con la speranza di trovar un fidanzato :))) ma anche per capire meglio cosa sanno, pensano, o scrivono “i maschi” sulle donne disabili.  In chat, con un nickname, dietro ad uno schermo, le persone si sentono più libere, meno frenate dalla “buona educazione”, escono allora tutte le “ignoranze”, i tabu’, le paure e i retaggi culturali sulla sessualità/affettività su una donna (uomo) con disabilità motoria o sensoriale.

Ecco un saggio della attuale situazione.

Lui: “Sarebbe da ignoranti cercarlo da te“.

Io: “Essere seduti comporta la perdita dei genitali? Non sono asessuata” .

Lui: “Scusa, non ho studiato medicina“.

Gli uomini nelle chat di incontri, spesso diventano maschi, ma soprattutto tirano fuori la loro paura, ignoranza grandissima in materia , generalmente l’80 % scappa quando si accorge che sta chattando con una donna disabile.  Io non dico bugie di me, ho una bella foto profilo e una descrizione di me reale, ma, ovviamente pochissimi leggono la descrizione. Il soggetto guarda la foto (esca per pesce lesso) e scrive di getto qualcosa di intrigante, gli rispondo, lo faccio andare un po’ avanti e poi gli chiedo (confesso, a volte con un certo gusto): “Hai letto il mio profilo? Sono in carrozzella.” . Il tipo risponde dopo qualche secondo – va a leggere la descrizione – e arriva con la frase “top dei top” : “Scusa, mi dispiace, non volevo“.
Ti dispiace?!!!!!!!!!!!!!!!! Ma se un minuto fa volevi strapazzarmi addosso tutto il kamasutra?!!?? E…no, non è finita, dopo arriva la domanda “standard”: “Senti, ma ci sei nata o ci sei diventata?“.
Immaginate la mia risposta 😀 . Cadono le braccia, finisce il trip, o scappano o si ammorbano chiedendoti amicizia e consigli sulle loro storie: tristissimi. Ti fanno sentire invisibile come femmina, donna (o uomo), spesso son persone, uomini di 35, 40 anni; non mi arrendo, non voglio smettere di sognare, desiderare ed operare per una parità di opportunità anche per noi, uomini e donne, persone con differenti abilità.
Lorella

 

 


LORELLA, IL MIO NOME È LORELLA

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È veramente cosa molto difficile, un’impresa memorabile, estremamente dura essere considerate femmine e donne sessuate nelle chat d’incontri, ci avete provato? Quando i maschi si rendono conto che siamo disabili diventano tutti amici pietosi, carini, agnellini angelici in fuga…:'(. Per voi ragazzi ‘in carrozza’ succede la stessa cosa? Mi piacerebbe sapere cosa dicono a voi….


MOSTRA FOTOGRAFICA SULL’AMORE, TERESA CAPASSO CERCA PERSONE DIVERSAMENTE ABILI CHE DESIDERANO PARTECIPARE COME MODELLE E MODELLI

UN PROGETTO SUL TEMA DELL’AMORE, L’EROS E IL CORPO, MA QUESTA VOLTA L’OBBIETTIVO E’ RISERVATO ALLE PERSONE DIVERSAMENTE ABILI, TERESA CAPASSO, FOTOGRAFA NAPOLETANA, CERCA SOGGETTI DIVERSAMENTE ABILI CHE DESIDERANO FARSI FOTOGRAFARE PER PARTECIPARE ALLA MOSTRA FOTOGRAFICA CHE VERRA’ REALIZZATA  INSIEME ALL’ASSOCIAZIONE “MOVIMENTO CONTAMINARTE” E ALLO PSICOLOGO NICOLA LAUDICINO.

linguaggio fotografico

Che aspettate? Se abitate a Napoli o in zona, o potete viaggiare, non esitate a contattare Teresa Capasso, per cambiare la cultura verso l’affettività e la sessualità nei nostri confronti dobbiamo essere noi per primi a dimostrare che siamo persone intere, belle proprio grazie alle nostre differenze.

Riporto di seguito la richiesa di Serena e i riferimenti per il contatto. Buon lavoro ragazzi!

“Salve a tutti, sono una fotografa napoletana e sto lavorando a un progetto sul tema dell’amore , l’eros e il corpo in soggetti diversamente abili, sto realizzando il progetto insieme all’associazione “Movimento Contaminarte” e allo psicologo Nicola Laudicino
Cerchiamo persone disposte a posare quindi a farci da modelli per una serie di fotografie che verranno esposte in una mostra. Se siete incuriositi o interessati
scrivetemi su sertaya@hotmail.it oppure su facebook a “Teresa X Capasso” 
e spiegherò tutti i dettagli del progetto e la sua finalità artistica. 
Grazie per l’attenzione. A presto!
Teresa Capasso
Lorella Ronconi

SERVONO “FATTI” DI AMORE MA ANCHE “PAROLE” DI AMORE, MAI ESSERE ASSOLUTISTI

Talvolta invece sono le parole essenziali per  comunicare il bene che vogliamo agli altri, ci dimentichiamo spesso che non tutto è assoluto, ma relativo.  A cosa serve nelle relazioni d’amore, di amicizia, nella famiglia, fare-fare-fare e non dire mai cosa proviamo per la persona “per la quale facciamo”? Se non diciamo, se non comunichiamo il nostro amore ai nostri cari, cosa conta un fatto? Per quanto grande e pieno d’amore, rimane sempre non detto all’altro, che non è certo veggente, ma umano.

“Ti compro un regalo, non ti basta?”, “Sto faticando, non capisci che ti voglio bene?”, “Vado a lavoro per te, non lo vedi?”. Beh… anche un “Ti amo”, “Ti voglio bene”, “Abbracciami figliolo, ti stimo”, “Bravo ragazzo, sono orgoglioso di te”….. Quante parole non dette nemmeno a noi stessi…!

Fatti & Parole, la buona ricetta.

Fatti di Amore & Parole di Amore, così funziona meglio assai!

© Lorella Ronconi


TODAY.IT: “SONO UNA DONNA, SONO DISABILE MA QUESTO NON VUOL DIRE CHE NON HO DIRITTO AD AMARE ED ESSERE AMATA”

 

 La vita in lotta di Lorella Ronconi

Lorella Ronconi vive in carrozzina da quasi trent’anni ma non hai mai smesso di battersi: se prima lo faceva per le barriere architettoniche ora lo fa per il diritto all’amore. Perché essere disabili non deve significare rinunciare al sesso.

Di  Selene Cilluffo 13 Giugno 2015

Si chiama Lorella, ha 53 anni ed è di Grosseto. Bionda, affabile, brillante. Una donna affascinante, la cui voce al telefono ti conquista con facilità. Lei è disabile e dopo anni di battaglia per le barriere architettoniche adesso lotta per qualcosa che riguarda non solo corpo e i diritti, ma anche emozioni: l’introduzione in Italia della figura degli assistenti sessuali per disabili. La sua arma è la parola: da anni scrive poesie, uno dei suoi strumenti d’espressione con cui cerca di cambiare e migliorare il mondo che la circonda. Esperta di comunicazione e social network manager, i media li conosce bene e sa come si comportano. Non è facile: oltre agli stereotipi che schiacciano i corpi e le sensibilità del mondo femminile, lei sente addosso anche quelli che dipendono dal suo essere disabile. E purtroppo il sesso, il piacere, l’espressione più bella dell’amore per chi ha altre abilità, sembra essere qualcosa che non esista e quindi viene negata.

Hai mai incontrato qualcuno che ti biasimava per questo impegno che hai preso?

“Certo. L’ultimo qualche settimana fa: un delirate omino sul mio blog ha commentato dicendo che è uno schifo e che non si può dare ai disabili l’illusione dell’amore. Io credo che la sessualità non solo sia un diritto ma anche un bisogno primario come mangiare o bere. Inoltre è dimostrato che l’affetto sviluppa intelligenza. Quello che mi sembra schifoso è che a molti disabili vengano dati farmaci per evitare il nervosismo provocato dall’assenza completa dell’espressione sessuale”

Lei è cattolica e catechista e questo però non ha interferito nella sua battaglia: “Ho un ottimo rapporto con il mio parroco e il mio vescovo, entrambi frati. Loro sanno bene che ai ragazzi a cui faccio catechesi insegno l’importanza del diritto ad amare e alla verità. Faccio molta informazione su questo tema: ho fatto seminari nelle scuole, ne parlo spesso. Sono convinta che in qualche modo vada cambiata la mentalità comune“.

Introdurre la figura dell’assistente sessuale in Italia però per Lorella non basta: “Se tu hai un figlio tetraplegico ora come ora non esiste un servizio sociale a cui rivolgerti per questo tema. Va creato un sottobosco culturale che possa permettere l’accettazione. Solo così il resto verrà naturale, automatico. Ci vogliono percorsi per farsì che le famiglie non siano sole nel paranorama sociale quindi è importante che ci sia un tessuto di accettazione”.

Quella di Lorella è una battaglia portata avanti perché tutti possano avere garantito il diritto all’amore. In particolare le donne, che quando sono disabili su se stesse vivono un doppio pregiudizio sul loro corpo, sulla loro pelle: “E’ come se sia più accettabile che un uomo abbia il diritto al sesso rispetto a una donna. Tutte le ragazze vivono la pressione dello stereotipo femminile del corpo perfetto e noi donne disabili dobbiamo convivere sia con questo che con quello relativo alla disabilità. Chiunque ha diritto alle emozioni allo stesso modo, che di tratti di uomini o di donne”

Ma dove trovi l’energia per tutte queste battaglie?

“In realtà non so. Adesso alla mia età sto riflettendo molto e mi accorgo che negli anni le cose sono molto cambiate: pensa come viveva un disabile negli anni sessanta, quando io ero una bambina. Sono nata con questa malattia molto rara che colpisce una persona su 60mila. Poi sono cresciuta ma sono rimasta alta sempre un metro e venti e da questa prospettiva ho sempre guardato il mondo. Negli ospedali mi dicevano sempre che non ce l’avrei fatta, che la mia malattia era troppo grave. Ma eccomi qui: ho sempre dato un morso alla vita e alla morte che mi stava sul collo. In più non sopporto le ingiustizie. Forse è questa la mia forza”

Lottare per Lorella è una questione di famiglia: sua madre portò avanti una battaglia per farsì che lei potesse frequentare la scuola in classe con gli altri bambini, visto che all’epoca ancora c’erano le classi differenziali per disabili. “Sono sempre stata determinata e sono una persona fortunata, circondata da gente che mi vuole bene”. La malattia di Lorella si chiama pseudoacondroplasia poliepifisaria: non ha cartilagine nelle articolazioni e le sue ossa si sfregano continuamente, fino a sgretolarsi. Per questo quando aveva 28 anni si è trasferita in Francia, dove è stata sottoposta a un intervento sperimentale, il primo in Europa. Tornata in Italia per anni si è battuta nella sua città, Grosseto, per ottenere le barriere architettoniche, una delle sue vittorie.

Durante tutto il suo impegno civile e sociale è sempre stata accompagnata dall’arte: scrive poesie, dipinge e l’espressione di sé le ha portato diversi premi e soddisfazioni. Ma le battaglie non si fermano e Lorella non nega che una maggiore attenzione alle problematiche sociali, maggiori investimenti, insomma un cambiamento di rotta in questo senso potrebbe anche essere un modo per uscire dalla crisi, per dare vita a quella famosa ripresa economica che dal 2008 è tanto ricercata dagli economisti: “Secondo i dati Ocse ci sono più di 4 milioni di disabili in Italia. Moltiplica il tutto per i componenti delle loro famiglie, arriviamo almeno a 12 milioni. Sono numeri che fanno vincere partiti e ma da chi fa girare l’economia siamo visti come un peso. In realtà siamo una risorsa che non viene sfruttata. Pensa quante donne come me si comprerebbero un bel pannolone di paillettes! Basterebbe solo superare ipocrisie e omertà, senza strumentalizzare la nostra condizione, come spesso viene fatto dai media: siamo persone, non animali da circo”.

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VANITY FAIR ARRIVA FINO A ME, SUL DIRITTO ALL:AFFETTIVITA/SESSUALITA’ DELLE PERSONE DIVERSAMENTE ABILI NON MOLLO

«Le barriere culturali sono le più difficili da abbattere. Io lo so bene: per anni ho lottato contro quelle architettoniche, e qualcosina l’ho ottenuta. Ma contro i luoghi comuni e gli stereotipi c’è poco da fare».
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Di Tamara Ferrari.
Lorella Ronconi, 53 anni, di Grosseto, da tanti anni lotta perché venga introdotta anche in Italia, come già accade in altri Paesi d’Europa, la figura degli assistenti sessuali per i disabili. Lo fa portando avanti una battaglia sociale e politica, ma anche attraverso la poesia «che è uno dei miei strumenti d’espressione. Ho scritto anche un libro, cerco con i versi di cambiare la società».

Anche se non è facile. «Soprattutto noi donne siamo schiacciate dagli stereotipi, soprattutto da quelli legati al sesso e alla disabilità. Su Internet se si cercano insieme queste due parole, vengono fuori solo foto di uomini in carrozzella con una ragazza accanto. E per strada, quando qualcuno incontra una donna in carrozzina con accanto un bel ragazzo, subito pensa che si tratti di un volontario, o di un parente».

Lorella lo sa bene, perché lo vive ogni giorno sulla propria pelle. «Sono nata con una malattia rarissima, che colpisce una persona su sessantamila. A 32 anni stavo per morire, i miei mi portarono in Francia, dove fui operata. Al ritorno non camminavo più. Da allora vivo su una carrozzina. Da allora è iniziata la mia vera vita da disabile».

Da disabile bisognosa di amore e, perché no, anche di sesso. «È una cosa normale, fa parte della natura umana. Eppure si preferisce far finta che queste esigenze per noi non esistano. Da quando sono impegnata in questa battaglia, molte mamme e molte donne mi hanno raccontato le loro esperienze. So di madri che si trovano alle prese con figli ai quali devono risolvere loro il problema, e di donne che si sono ritrovate a pensare di dover pagare un uomo, ma poi non lo fanno perché si vergognano di dover raccontare agli altri che hanno questa esigenza. Perché ovviamente per noi è più difficile: se cammini con le tue gambe puoi anche andare in strada a cercarti una prostituta, anche se è una cosa che non dovrebbe fare nessuno per i motivi legati allo sfruttamento e alla tratta che tutti conosciamo. Ma se sei in carrozzina hai bisogno di qualcuno che ti accompagni, e ammesso che trovi il coraggio di farti accompagnare dai tuoi amici… beh, non passi mica inosservato».

Per questo Lorella lotta perché in Italia venga introdotta la figura degli assistenti sessuali. «Amare è un diritto, avere un assistente sessuale è un diritto riconosciuto in molti Paesi. Vorrei tanto che venisse riconosciuto anche in Italia, perché vorrebbe dire aiutare tante persone e tante famiglie. E farle sentire meno sole».

Fonte: ‘Vanity Fair’
http://m.vanityfair.it/news/italia/15/05/27/%C2%ABio,-disabile,-non-sono-asessuata%C2%BB

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ILEANA ARGENTIN: “ASSISTENZA DISABILI, IL DIRITTO NEL SESSO”

Posted by Ileana Argentin

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Assistenza disabili , il diritto nel sesso, per cosa battersi
Una volta si tendeva a tenere nascosto l’handicap di un familiare o di una persona cara. Oggi è un pò diverso: li si mostra, e ci si mostra con loro, sollecitando considerazione, assistenza, welfare, la soddisfazione di bisogni primari e non solo. A maggior ragione in un periodo di tagli selvaggi soprattutto allo stato sociale, con carenze sempre più gravi, non ultima quella degli insegnanti di sostegno nelle scuole, e servizi demandati al volontariato, laico ma specialmente religioso. Ma un periodo, pure, nel quale si parla con crescente frequenza di diritti fondamentali, costituzionali, messi a rischio da comportamenti e da scelte dei nostri governanti, e quindi a maggior ragione da salvaguardare e valorizzare. Principi per cui vale la pena battersi.

Tutto giusto, tutto sacrosanto. La protezione, l’assistenza disabili ed il resto. Tutto tranne il sesso, però. Di quello sembra che in apparenza loro non abbiano alcun desiderio e nemmeno bisogno. Di quello non si parla e tantomeno si interrogano loro, i disabili, i “portatori” di questa istanza ineludibile (per chiunque). Anzi, accade piuttosto di frequente, al contrario, che giustifichiamo una moglie o un marito che avendo il coniuge disabile cerchino sesso altrove, pur assicurando alla persona cara tutto l’aiuto e tutta la solidarietà di questo mondo.

Assistenza disabili , il diritto nel sesso, soggetto e non oggetto
Il nodo è che non si riesce tuttora a fare a meno, o meglio non si rinuncia a considerare il portatore di handicap esclusivo “oggetto” di aiuto e anche di pietà, invece che “soggetto” portatore di diritti. I diritti a cui ognuno di noi ha diritto. Anche e soprattutto quello di fare sesso. A volte perchè si pensa che non siano belli da vedere: corpi imperfetti, deformi, mancanti di qualcosa, espressioni del viso non usuali, pensieri devianti, perfino desideri inconsueti. Altre volte perchè si ritiene che in presenza di una malattia, di una limitata capacità di iniziativa e di movimento, muoiano la bellezza e anche la pulsione.

Come se il sesso fosse fatto solo di acrobazie da kamasutra, come se non esistessero le carezze, innumerevoli forme e gradi di intensità del contatto fisico: per fortuna nell’eros non ci sono, o non dovrebbero esserci, limiti all’ispirazione e all’inventiva. Che non farebbe male, tra parentesi, nemmeno ai “normodotati”.

Che l’argomento resti al più limitato alle discussioni degli specialisti, fra gli “addetti ai lavori”. L’importante è che non si veda, che non si mostri. Al solito: proprio come per gli omosessuali, i transessuali, i “diversi” in genere. Ancora più importante, e peggio ancora, è che il diritto al sesso non si rivendichi pubblicamente. C’entrerà anche la preponderante presenza della Chiesa cattolica, qui in Italia, oltre a quella cura ossessiva del corpo nella quale in tanti cercano una sorta di “immortalità”? Un fatto è che all’estero questo problema è stato posto e qualche soluzione di assistenza disabili si è pure escogitata.

Assistenza disabili , il diritto nel sesso, espressività sessuale
Il disabile è persona e come tale non deve essere represso nelle sue pulsioni sessuali, semmai aiutato e corroborato nella sua espressività sessuale. Se non abbiamo pregiudizi verso di essi, e se abbiamo imparato a guardare nel disabile come ad una persona normale, con una ricchezza interiore, ma anche se abbiamo imparato a tollerarla nei suoi bisogni elementari, allora potremmo parlare serenamente della loro sessualità e delle loro pulsioni.

Il problema della sessualità del disabile non risiede nella autonomia della persona con handicap ma nella mancata accettazione del soggetto “normodotato” che è maldisposto verso la persona diversamente abile. Non si concede al disabile il raggiungimento della massima autonomia possibile, ma anzi, questi viene vissuto come persona “dipendente”, non dotata di sentimento e di affettività mature. Occorre, invece, riconoscere la necessità di restituire al paziente ampi spazi di autodeterminazione, ma tuttavia viene applicato con estrema difficoltà all’ambito sessuologico.

Quando infatti all’interno di un progetto educativo di assistenza disabili, diventa necessario affrontare il tema della sessualità, si tende solitamente a sostituire il principio della massima autonomia possibile con quello della minima autonomia indispensabile. Inoltre si tende sempre a reprimere anzichè ad amplificare le pulsioni sessuali nell’handicap. Ciò ovviamente è in antitesi con le linee guida internazionali che prevedono per ogni disabile la reintegrazione sociale, l’elaborazione di sè e l’insegnamento delle abilità e competenze, per accedere ad una autonomia più ampia possibile.

Assistenza disabili , il diritto nel sesso, l’atteggiamento
Parliamo di assistenza disabili dove l’atteggiamento comune riguardo la sessualità dei disabili è dominato da irrazionalità, pregiudizi e paure proiettate su coloro i quali si prestano ad incrementare il loro vissuto e le loro fantasie attraverso la sessualità. Nella nostra società prevale un duplice atteggiamento che oscilla tra la negazione della sessualità del disabile e una considerazione di essa come perversa e abnorme. Altro errore che si fa è considerare il disabile come un eterno bambino o, peggio, come dotato di una sessualità immaginata come disinibita, deformata come se si trattasse di un disabile psichico. Al contrario si tollerano, o peggio, si accettano tacitamente comportamenti aberranti dei cosiddetti individui abili, come l’amore sadomaso, il feticismo, ed altre manifestazioni devianti come il voyerismo, o peggio la pedofilia!

Invece, una persona su di una carrozzella, può avere il desiderio di amare e di essere amata normalmente, come persona, accettata per quello che è, e che può dare, senza ansia di prestazioni o altro. Ma guai a quelle persone che amano questi soggetti più sfortunati di un amore mercenario, per raggirarli. Altre volte l’amore è fatto di carezze, di dolcezza e di finezze, non necessariamente deve essere una “ginnastica” come fanno le persone abili, che in realtà comunicano solo potenza virile e sesso freddo. Spesso bisogna avere pazienza e disporsi in modo che il compagno riesca ad amarci, tutto questo rende sublime l’amplesso amoroso con una persona disabile.

L’handicap, qualunque esso sia, non potrà mai impedirci di amare l’altra persona. L’importante è elaborare il proprio schema corporeo e rendere accettabile all’altro anche i nostri handicap, che spesso diventano come i nostri distintivi. Nell’assistenza disabili, la verità è che quando si parla di disabili si pensa che il vero handicap sono i diritti. Non solo i loro, quelli di tutti. Quei diritti spesso negati qui in Italia e per i quali non soltanto vale la pena, ma è sempre più urgente battersi per contribuire a cambiare davvero l’andazzo delle cose.

Tratto da http://www.abilitychannel.tv/7775/blog-sex/assistenza-disabili-il-diritto-nel-sesso/

 

 

 


GIORNI RUFFIANI DI NOTTI CHE SANNO DI TEPORE

NOTTI CHE SANNO DI TEPORE

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Un altro giorno incredibilmente è passato,  lui mi vuole far credere che è volato, invece è stato duro  il suo conto da pagare.
Ore, minuti, secondi trascinanti che portano con sé anni, mesi, settimane…di sofferenze senza arcobaleni. Ogni ruga sul mio volto racconta di questi lunghi interminabili giorni che, alla sera, ruffiani, fanno finta di aver solo sfiorato la mia vita.
Giorni di attese,  ansie, paure, lacrime, tra scrosci d’acqua e fresche  ombre sudanti speranza.
Segni che parlano di voi,  cari giorni della mia vita, tutte le cicatrici sul mio corpo, tutte le pieghe del mio volto.
E… ancora domani, domani, ancora, ancora altri giorni, per librarsi e rincorrere queste sere che sanno di tepore.

© Lorella Ronconi

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SAN VALENTINO 2015 : IL CUORE INVISIBILE

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L’amore e l’affettività sono componenti vitali

anche per coloro che,

per colpa di stereotipi o tabù,

non “hanno voce in merito”

La “Convenzione Onu Sulle Persone Diversamente Abili” del 2006 (ratificata dallo Stato italiano nel 2009) sancisce: “… il riconoscimento formale al ruolo fondamentale della famiglia –  nell’ art. 23 – purché questa non vada a danno delle stesse persone con disabilità: “Gli Stati parte assicureranno che le leggi nazionali, gli usi e le tradizioni relativi al matrimonio, alla famiglia e alle relazioni personali non discriminino le persone con disabilità”.
 Facciamo esercizi nuovi:  allarghiamo le nostre limitate potenzialità e andiamo con lo sguardo verso  persone  invisibili, come le donne, che secondo i retaggi culturali e gli  stereotipi sono gli angeli senza sesso, le creature eternamente bambine, che quando osano  chiedere (o sognare) amore, si devono “frenare”, perchè “poco serie” o inadatte ad un uomo,  per via delle loro incapacità di stargli accanto tanto quanto “una donna normale”.
Tante persone, del mio passato mi hanno detto:  “Tu non potrai mai  essere come una donna normale per un uomo, non ti illudere!”. Qualcuna di loro  si sarà mai chiesta:  “Chi è (e cosa fa) una donna normale”?
Vorrei sollevare la questione sulla “condizione” della donna diversamente abile – anche se  non vorrei che mi si passasse come femminista – perché non lo  sono, né femminista né maschilista, credo tantissimo nelle pari opportunità, di tutti e per tutti, eppure ci sono delle figure “invisibili” ai nostri cospetti, persone che invisibilmente vivono nel nostro “ecosistema sociale”, tra queste le donne diversamente abili.
La maggior parte delle persone quando si trova di fronte ad una donna diversamente abile vede solo il suo handicap: più evidenti sono i segni dell’handicap,  più il suo “essere femminile” sembra scomparire.   Non esiste, nell’immaginario collettivo, che una donna disabile possa piacere, possa  suscitare desiderio sessuale e possa, di conseguenza, avere rapporti sessuali, relazioni sentimentali o essere madre.
Esempi concreti potrebbero far meglio comprendere il disagio che si prova di fronte allo stupore del Ginecologo quando una donna disabile gli  chiede consigli sui metodi contraccettivi, oppure  lo sguardo incredulo di molte  commessi  davanti a clienti disabili che acquistano biancheria intima sexy e/o prodotti di bellezza per il corpo o per il viso.
La  gente comune, che non si capacita di fronte a scambi di tenerezza da parte di una coppia di cui uno dei due partner è disabile:  mai una volta che si prenda in considerazione, di primo acchito, l’ idea che i due siano amanti,  non passa mai per la testa,  per il nostro “stereotipo/barriera”,  che i due  sono sempre parenti,  o disabile-volontario/a,  o disabile-assistente  personale:  al massimo quello “sano” sta circuendo il povero/a disabile.
Da tempo le barriere invece che assottigliarsi aumentano e,  più si parla di “veline” più ci si allontana dal suo concetto di “bellezza” intesa come interezza, totalità di ciò che siamo in ogni nostra dimensione.
 
Non è scritto da nessuna legge che ci siano dei parametri per cui una persona è BELLA per cui “accessibile”  ad avere  un’amore, una famiglia, un parter, una sua vita sessuale.
Sembra che tutto sia dettato dai parametri della famiglia di una nota Azienda di pasta. La famiglia perfetta: lei bionda, magra, giovane, bella, lui castano, magro, giovane e bello e due bambini, idem come sopra: il disabile non è contemplato.
Oggi per quanto incredibile, ci sono 5 milioni di persone diversamente abili in Italia (dati Ocse 2014) e la maggior parte di essi NON VIVE LA PROPRIA SESSUALITA’ a causa di tabù, luoghi comuni, retaggi culturali imposti proprio dalla “cattiva amministrazione della cultura“!!!
 
 
Forse nessuno sa che un giovane disabile viene ancora “sedato” con il bromuro? 
Le famiglie nella disperazione (pechè magari il figlio è più nervoso in alcuni periodi)
portano il loro ragazzo dal medico di famiglia …e segna il bromuro…
che azzera le pulsioni del ragazzo: violentando la sua sessualità… !!!
In altre famiglie invece è la madre che esplica la sessualità del figlio al figlio: RIUSCIAMO AD IMMAGINARE IL DOLORE DI QUELLA DONNA? MADRE/AMANTE per il figlio e quanti sensi di colpa? Una TRAGEDIA CHE SI CONSUMA IN UNA FAMIGLIA senza poterne parlare con nessuno!
 
Ed una persona con capacità di intendere e di volere…seppur in una carrozzella?
La maggior parte delle persone quando si trova di fronte ad una donna diversamente abile vede
solo il suo handicap: non riesce ad andare oltre le “protesi”,  più evidenti sono i segni dell’handicap, più il suo “essere femminile” sembra scomparire, non esiste, nell’immaginario collettivo, che una donna disabile possa piacere, possa  suscitare desiderio sessuale e possa, di conseguenza, avere rapporti sessuali, relazioni sentimentali, essere madre.
Io sostengo che una donna in carrozzella è solo una donna seduta.
Io credo che dobbiamo tutti – ancora – parlandone, cercar di spazzare via i cattivi tabù, le cattive tradizioni che incatenano e negano l’affettività e il nostro sguardo verso le persone diversamente abili.
Da una vita vivo questa condizione  ma so che  parlandone,  impegnandomi  in  tal senso,  posso sentirmi donna vera, donna che non  si nasconde dietro  alla propria difficoltà, donna che cerca, anche se in piccolo a migliorare la qualita’ della vita delle donne del futuro che sta dietro arrivando.
 
Io credo che dobbiamo tutti, poco a poco, cercar di cambiare il nostro sguardo interiore ed aiutare, nei modi che possiamo, gli altri, sollecitare le istituzioni  a promuovere questi diritti,  a  migliorare il nostro sguardo verso le persone,  le donne, diversamente abili: basta con le silenti “violenze” alla loro sessualità, alla loro affettività.
Ecco, io cerco di sensibilizzare le opinioni a riguardo e … cerco anche qualcuno che mi aiuti  a fare altrettanto .

 

 

(C) Cav. Lorella Ronconi
www.lorellaronconi.it

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