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“FABBRICARE, FABBRICARE, FABBRICARE, PREFERISCO IL RUMORE DEL MARE…”

“Fabbricare, fabbricare, fabbricare
Preferisco il rumore del mare
Che dice fabbricare fare disfare
Fare e disfare è tutto un lavorare
Ecco quello che so fare.”

Dino Campana

(Dino Campana, Opere, Canti Orfici e altri versi e scritti sparsi, ed.TEA)

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«Acqua di mare amaro
Che esali nella notte:
Verso le eterne rotte
Il mio destino prepara
Mare che batti come un cuore stanco
Violentato dalla voglia atroce
Di un Essere insaziato che si strugge…»
(DINO CAMPANA)

Dino Campana (1885-1932) rinchiuso per anni e anni nel manicomio di Castel di Pulci, dove morì nel 1932. Fu talmente bombardato da elettroshock da autodefinirsi “Dino elettrico”. La sua tomba a Badia a Settimo, vicino Firenze. Nella sua lapide la dicitura: Nel cuore antico di questa terra fiorentina che accolse i suoi ultimi giorni, la quiete e il silenzio onorino colui che fu voce di disperati sogni umani .

Visionario, allucinato, pazzo, orfico, vagabondo, mediterraneo, così è stato definito spesso dai critici letterari, anche se nessuna di queste definizioni, perché limitano in un ambito troppo angusto la materia dell’arte, è in grado di illuminare chiaramente la vita e la poesia di questo autore vissuto a cavallo fra i due secoli

Scacciato dal suo paese perchè rituenuto “il pazzo del villaggio”. Un poeta, scrittore di una grandezza incredibile, tanto da diventare fondamentale per la cultura italiana, fu schernito, allontanato, emarginato anche dai “cervelli ben pensanti” dell’epoca, i Futuristi persero addirittura con incuranza il suo manoscritto “Il più lungo giorno” che  Dino Campana aveva dato loro per un giudizio, detto manoscritto fu ritrovato sessant’anni dopo la morte del poeta. Campana fu inoltre abbandonato anche dal suo grande amore, Sibilla Aleramo. Dino Campana è considerato uno dei poeti più vitali del Novecento. 

La vita

Sin dall’adolescenza, Campana manifesta chiari segni di squilibrio mentale e la sua vita divenne un continuo girovagare per manicomi.
A ventuno anni, nel settembre del 1906, venne ricoverato per la prima volta nel manicomio di Imola ricevendo la diagnosi di demenza precoce. La nevrosi della madre, l’incomprensione da parte dei famigliari e dell’angusto ambiente di paese in cui vive (Marradi, nell’appennino tosco-romagnolo), peggioreranno negli anni la situazione: egli viene infatti deriso e trattato come una sorta di demente.
Viaggerà molto, in Europa e in Argentina, facendo i mestieri più diversi per mantenersi: pianista in locali e bordelli, arrotino, poliziotto, pompiere ecc. E’ spesso coinvolto in risse e arrestato per vagabondaggio.
Tra il 1916 e il 1917 ebbe una storia d’amore tormentata e intensa con la scrittrice Sibilla Aleramo, terminata in seguito al temperamento sempre più incoerente e violento del poeta. Nel 1917 fu arrestato a Novara per vagabondaggio, e il 28 gennaio fu internato all’Ospedale psichiatrico “Castel Pulci” dove rimase sino alla morte, nel 1932.
Dal 1926 incominciò a ricevere le visite dello psichiatra Carlo Pariani, che dai suoi discorsi con Campana trarrà il materiale per scrivere in seguito Vita non romanzata di Dino Campana. Durante il suo soggiorno in manicomio Campana ebbe spesso degli sprazzi di lucidità: desiderava uscire  da quel luogo, ma non per riprendere la letteratura, ormai abbandonata (non scriveva più da tempo) ma per poter lavorare e guadagnare. Alla fine del febbraio del 1932 si ferì, probabilmente tentando di scavalcare la recinzione dell’ospedale: pochi giorni dopo morì di setticemia.

LE OPERE

Dino Campana è stato definito dai critici letterari: poeta visionario, allucinato, pazzo, orfico, vagabondo, mediterraneo. Nella sua poesia i valori classici e una grande modernità si compenetrano. La sua poesia è moderna ma tuttavia piena di richiami a D’Annunzio, a Leopardi e ai classici. La sua espressione appare piena ed ermetica: è un flusso continuo di parole, del quale non si riesce a cogliere facilmente il senso. Il suo linguaggio poetico sconvolge l’ordine sintattico in vari modi, anche mescolando lingue diverse. Tuttavia Campana si rivela anche attentissimo conoscitore delle regole che sconvolge e nutre il culto per la perfezione.
La sua controversa collocazione ne ha fatto una figura contornata da un certo mistero, per cui, quando si parla del caso Campana, si tende sempre ad associarlo all’immagine del poeta maledetto.
Dino Campana,  considerato da molti il “poeta visionario” italiano per eccellenza, può esser fatto rientrare, almeno marginalmente, nell’ambito della corrente “vociana” (corrente che ebbe origine dalla rivista La Voce, settimanale e poi quindicinale di letteratura, ma anche di cultura e d’impegno politico, civile e morale, pubblicato a Firenze tra il 1908 e il 1916), di cui, rappresenta l’espressione legata al simbolismo ed all’espressionismo.
Per Campana la poesia è un mezzo per riuscire ad affermare la propria libertà.
Come per la sua vita, vagabonda e anarchica, caratterizzata dalla irrefrenabile smania del viaggio, anche la poetica di Campana ha come tema centrale il viaggio, onirico o reale, inteso come ricerca (o fuga).
Nel 1913 affiderà il manoscritto dei Canti Orfici, la sua maggiore opera, a Soffici e Papini che con negligenza lo smarriranno. Campana lo riscriverà ricostruendolo a memoria e lo pubblicherà l’anno seguente. L’opera verrà accolta favorevolmente dalla critica.
I Canti Orfici sono una straordinaria opera in cui si alternano prosa e versi (un prosimetro, come la Vita Nuova di Dante); vi si coglie una poesia spesso tortuosa, ma anche spontanea e pura, certamente vissuta, legata ad una esistenza irregolare e soprattutto tragica; è un “racconto” di esperienze visionarie denso di immagini, “ “allucinazioni”, suoni e colori. Egli dà al testo poetico un’organizzazione che abolisce la dimensione del tempo sovrapponendo passato e presente. La costruzione del testo appare realizzata con un procedimento che si può definire cinematografico  che permette a Campana di annullare la dimensione cronologica.
La poesia francese dell’Ottocento è una forte componente culturale di Campana e la sua poetica risente spesso del modello degli autori francesi a lui cari: Baudelaire, Verlaine, Rimbaud ecc.
I Canti sono un libro in cui Campana ha raccolto varie esperienze e vi sono riunite le sue composizioni più antiche, come La Notte e La Chimera, fino alle più recenti con una formazione dell’opera per stadi successivi.
Il titolo Canti Orfici allude all’antico orfismo, un movimento mistico-religioso legato al mito di Orfeo. Campana vuole dunque riallacciarsi a forme di scrittura “magica”, come quelle in voga tra gli autori simbolisti, e vuole esprimere il carattere divino e misterioso della poesia, associando le esperienze concrete con le invenzioni dell’inconscio e del sogno.
I Canti Orfici si concludono con alcune parole in inglese in cui Campana rielabora un verso di Withman, da “Song of Myself”, in cui si adombra la morte del poeta protagonista, vista come assassinio di un innocente: “They were all torn and covered with the boy’s blood” (Erano tutti avvolti e coperti col sangue del fanciullo).
Nei deliri di Campana spesso ricorre l’idea del sacrificio violento, del mito cruento, dove il fanciullo, l’innocente viene sacrificato. Dino Campana si sentiva così: anche lui aveva pagato con il disprezzo, la derisione e l’internamento il suo essersi avvicinato troppo all’intima essenza dell’uomo.

CURIOSITÀ: Per chi volesse saperne di più su Dino Campana, un libro di Sebastiano Vassalli, La notte della cometa (Einaudi 1984).
Sull’amore tra Dino Campana e Sibilla Aleramo nel 2002 è stato fatto un film (Un viaggio chiamato amore, di Michele Placido) con Stefano Accorsi e Laura Morante. Il film non mi è piaciuto per niente, anche perché, con tutta la più buona volontà, Stefano Accorsi nei panni di Campana proprio non ci stava.
Anche il regista Roberto Riviello aveva realizzato nel 1997 un film su Dino Campana, Il più lungo giorno, con Gianni Cavina.

Da Parafrasando.it e Diversamente Aff-abile (Gazzetta dello Sport) di Fiamma Satta


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Italiano con le italiane: intervista a Lorella Ronconi – prima parte 

Featured Image -- 2018

Già in altre occasioni vi abbiamo parlato di lei, Lorella Ronconi, donna, poetessa, grande combattente per il riconoscimento dei diritti dei disabili. Questa volta, cogliendo seppure un po’ in ritardo l’occasione dell’uscita della sua seconda raccolta di poesieSirena Guerriglia, abbiamo chiesto a Lorella di rilasciarci un’intervista. La prima parte, la potrete leggere qui, di seguito a Fragile, una delle poesie contenute nella pubblicazione: una piccola richiesta molto intima e delicata di attenzione e amore. La seconda parte, la troverete nel prossimo post.

Fragile

Leggera delicatezza
sprezzante limitatezza
dell’umana caducità:
Fragilità.
Povero, solo, essere
che hai e non sei.

Maneggiare con cura
l’abbracciante creatura
mareggiata dell’amore.

Maneggiare con cura
il fragile di me
che forse
vi appartiene.

© Lorella Ronconi

Lorella, grossetana o, come di sicuro preferisci, maremmana doc, quando sei nata e in quali circostanze?
Nata nel 1962, 26 maggio, San Filippo Neri, il mitico santo nativo di Firenze, diventato sacerdote poi, chiamato da tutti Pippo buono, il santo della Gioia, inventore dell’oratorio, amante dei bambini. Mi sono sempre sentita affascinata da lui e chiedo sempre a Dio il dono della gioia. A volte penso che sia proprio Filippo Neri che mi ha trasmesso questo insegnamento. Mamma e babbo avevano provato in tutti modi ad avere figli, dicevano loro che probabilmente erano sterili: sono nata dopo 7 anni “per caso”, nessuno si è mai spiegato come mai e come mai dopo, nonostante le loro prove, non sono venuti altri bimbi.

Quando hai capito che non eri come gli altri ? Come ti sei sentita?
Ho preso “coscienza di me” intorno ai 5 anni, guardandomi un giorno allo specchio, mi sono vista un po’ bassa e con la testa grossa, qualcuno probabilmente mi aveva offeso con aggettivi sulla mia statura, mi ricordo che fui angosciata dalla mia testa, piena di dubbi, domandai a mamma se ero normale… lei mi rincuorò ed io mi sentii “a norma”.

A scuola, ti sei sempre trovata bene con i tuoi compagni di classe o hai avuto problemi?
Non sono andata all’asilo, dai 18 mesi in poi ho iniziato a girare per ospedali per capire il come e perché della malattia che avevo. A scuola sono stata inserita in una classe “normale”: nel ’68 furono sospese le scuole differenziali per disabili, ma esistevano ancora; mamma si batté per inserirmi in classe con altri bambini “normodotati”e non in collegio per disabili come tutti le dicevano. Fu grande amore, gioco, amicizia, accoglienza, con gli insegnanti e i ragazzi non ho mai avuto sentore di esclusione, anzi, ero spesso il centro, la capobanda di idee e giochi, a parte educazione fisica che non facevo. Rimanendo sola in classe, con mia gioia, potevo fare tutto quello che volevo!
Le superiori furono un trauma: per la formazione culturale, volevo andare all’artistico, ma era ancora privato e con tante scale (ogni scuola superiore aveva le scale…), fui costretta ad andare al commerciale, unica scuola con ascensore. Una tragedia: odiavo i numeri, totalmente; salvata dalle materie umanistiche e dalle lingue straniere, diplomata con grande fatica, mia; davvero i numeri ancora mi mettono in crisi!

Sei circondata da tanti amici che ti vogliono un mondo di bene, e lo sai: pensi che sia un fatto normale o che tutto questo affetto sia anche frutto di un tuo lavoro ai fianchi?
Si, sono davvero “circondata” a livello planetario, nel vero senso della parola, di amici, di persone che mi stimano. Non so perché, forse sono una persona positiva. Devo dire sinceramente che fin da bambina ero positiva, allegra, propositiva, trascinatrice di amici e di amicizie, amo la vita, amo le persone, tanto, a prescindere, credo nel bene, nel senso vero, provo per gli altri un grande bene, a volte penso che vorrei abbracciare tutti, stringere tra le braccia il mondo per dirgli: “Ti ringrazio! Ti voglio bene”. Non sono demente, o grulla, sono anche una testarda e impulsiva, ma credo davvero nella positività dell’altro. Comunque credo di avere avuto anche tanta fortuna, gli amici mi hanno “salvato la vita”, gli amici “motori” di vita per me.

Qual è la cosa più frustrante che devi affrontare quotidianamente?
Quotidianamente, quando si hanno gravi difficoltà motorie, si devono sopportare, anzi accettare molte cose, la mancanza di libertà, il doversi fidare e affidare agli altri, anche nell’intimità, farsi lavare, toccare, vedere, rinunciare a cose tipo: “il telecomando è su quel mobile, non lo posso prendere, non guardo la tv” oppure “Ho voglia di piangere, i fazzoletti non sono a portata di mano, non devo piangere”. La cosa peggiore è la mancanza di privacy, è strano ma le persone non hanno capito ancora che quando una persona in carrozzella, con difficoltà motorie, è al telefono, si devono spostare, allontanare. Se siamo in due ad un tavolo o sotto l’ombrellone o da qualsiasi parte e all’altro suona il telefono, lui /lei si alza e si allontana per parlare con calma, in privato, poi torna. Se suona il telefono a me, rimangono tutti lì attorno, è imbarazzante sentirsi ascoltato, osservato, non c’è privacy, nemmeno per chi mi sta chiamando… In genere preferisco non rispondere piuttosto che far sapere le mie cose. E’ un “vizio” culturale che mi manda in bestia, che non so come far capire al mondo!

Parliamo adesso dei tuoi libri: quando e perché hai cominciato a scrivere poesie? Che significato ha per te esprimere i tuoi sentimenti in questa forma?
Ho cominciato a scrivere poesie perché erano le cose più piccole che potevo fare; mi spiego: prima suonavo il piano, 10 anni… poi ho dovuto interrompere perché le scale, le ottave, mi infiammavano i polsi creandomi tanti dolori. Allora dipingevo anche, ma come il piano i dolori per l’uso dei pennelli ai polsi era tanto. Cominciai a scrivere favole, ma erano troppo lunghe, lo scrivere molto mi infiamma le articolazioni che non ho più, danneggiandomi i tendini, per cui quando un giorno un mio amico mi “costrinse” a partecipare ad un concorso di poesia a Recanati sulla disabilità  e mi “uscirono” Je roule e Centauri in un’ora in un bar in cui mi ero rifugiata per un caffè …, mi resi conto che l’arte creativa che tanto amavo e temevo di avere perso, ancora poteva essere mia compagna …. Je roule arrivò tra le finaliste al concorso Giacomo Leopardi. Il significato? Beh, io penso che sono le emozioni belle quelle che rendono un essere… “umano”. Senza emozioni come faremmo a vivere? La poesia è l’arte letteraria più piccola, più povera, ma più grande perché “è” l’emozione nel suo stato più essenziale. Bastano due versi per scatenare l’anima o il cuore.

Perché hai deciso di pubblicarle? Che cosa ti aspetti che il pubblico provi, leggendole?
Mi è arrivata per caso la possibilità, un po’ in contropiede, una sorpresa… Cosa mi aspetto? Beh, come dicevo prima, che possano dare piccoli “brillini”, piccole piccole emozioni mie da condividere con altri, ma poi non credo che chi scrive poesie, chi dipinge, o chi fa una qualsiasi arte abbia un’aspettativa, la fama, la ricchezza interessano solo quelli famosi. Voglio dire, certo, mi piacerebbe poterci guadagnare e non spendere, mi piacerebbe poter vendere i libri per avere dei soldi da investire in una nuova pubblicazione. Costa pubblicare i libri cartacei adesso, le poesie poi non vanno più, nelle librerie stanno in fondo, negli scaffali più nascosti. A chi interessa la poesia adesso? Ma non voglio smettere, non posso smettere di scriverle, smetterò piuttosto di pubblicarle.

Come scrivi nelle tue poesie, sei sirena e sei guerriera. Sirena, perché? Cosa rappresenta per te questa creatura fantastica? Guerriera, perché? Di quale arma vorresti poter disporre o ti piacerebbe maneggiare con più disinvoltura?
Guerriglia perché non sono guerriera, sono pacifista, ma combattiva e mi riprometto sempre di non abbattermi e di essere determinata nel perseguire il bene. Alla domanda posso rispondere con quello che scrissi quando presentai ufficialmente per la prima volta la raccolta di poesie :
«Se nella mia precedente raccolta di poesie (Je Roule, E.T.S., Pisa 2008) “ruotavo”, dopo tanta sofferenza provocatami dall’ignoranza delle persone riguardo la mia diversa abilità, dopo tanto sentirmi “mostro” e nascondermi all’altro, ecco che mi guardo allo specchio e mi sento Sirena. Riferendomi al mio vivere in carrozzella e ripiegandomi sulla mia condizione, adesso promuovo me stessa accettandomi con grande amore, con nuova forza e rinnovata autostima. Ho cambiato pelle, ora “guizzo”: ora sono una Sirena. Entità leggendaria, metà donna e metà fantastica frequentatrice delle più remote profondità del mare, la Sirena nuota e si muove in energica sintonia con il suo mondo; osserva, accucciata sulla roccia, le navi e i marinai e comprende che non potrà mai correre sulla terra ferma tra quei “piedi guerrigli”, né essi potranno mai nuotare negli abissi profondi degli oceani. “Tra voi e me c’è una distanza incolmabile”, sembra dire la Sirena, guardando lontano; la tristezza può impadronirsi di lei ma il tuffo guizzante la rinvigorisce, le rinnova le forze, la fa risentire combattiva, “guerriglia”. Lei, la Sirena, ed io, Lorella, crediamo fermamente nell’uguaglianza dei diritti e nella grande, magnifica ricchezza delle differenti abilità. L’unicità e l’irripetibilità di ciascuno di noi ci fa naturalmente guadagnare il diritto di essere parimenti accettati nella nostra normalità.»

Continua…

From www.adgblog.it

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Adgblog è il blog ufficiale dell’Accademia del Giglio, scuola di lingua, arte e cultura a Firenze.


“Attimi InVersi”, LE MIE NUOVE POESIE IN UNO SPETTACOLO INTERPRETATE DA ESTHER GIUGGIOLI, TSION MULUSEW MOLA CON LA CHITARRA DI ANDREA DE SCISCIOLO

CHE EMOZIONE ALLO STATO PURO! SENTIRE LE PROPRIE POESIE INTERPRETATE DA VOCI IMPORTANTI, INTRECCIATE TRA MUSICA, INTERPRETAZIONE, CAPACITA’ E GIOVANE PASSIONE TEATRALE: UN  SOGNO INASPETTATO, GRAZIE INFINITE RAGAZZI!

Allo Spazio 72 a Grosseto serate dedicate alla scrittura d’autore, il 19 Novembre 2015 evento con la poesia di Lorella Ronconi.

Per la prima volta sono state interpretate ed ascoltate le poesie inedite di Lorella Ronconi insieme a quelle più conosciute, dalla voce di due lettrici giovanissime, Esther Giuggioli e Tsion Mulusew Mola, accompagnate dalla musica di un altrettanto giovane chitarrista, Andrea De Sciciolo, a presentare la serata Paola Salvestroni.

Lorella Ronconi ha scelto di presentare i suoi lavori inediti allo Spazio 72, circolo in cui la cultura è sempre protagonista, per dare continuità alla sua poesia e alla sua voglia di crescere in essa: in questo 2015 ha ricevuto tre premi (Roma, Abano Terne e Grosseto) che la confermano come una poetessa affermata a livello nazionale.

I suoi versi sono risultati vincitori in moltissime rassegne e premi nazionali ed internazionali, da Recanati ad Abano Terme, da Acerra a Roma, da Novi Ligure fino a Cattolica, con gli Awards della poesia. “Je roule”, la lirica dalla quale prende nome il suo primo libro, è stata inserita nelle antologie scolastiche edite da Zanichelli per la scuola media e frequenti sono gli inviti che provengono all’autrice dalle scuole di ogni ordine, interessate a lei come poetessa contemporanea.

Nel 2013 il libro ha varcato i confini nazionali, arrivando a Las Vegas, dove è stato tradotto in lingua inglese ed edito per gli States con il titolo “I Role Along”. Il volume ha inoltre vinto il premio Grosseto Scrive della Fondazione Grosseto Cultura nel 2014.

Biografie artistiche degli interpreti/lettori della serata

Esther Giuggioli (lettrice): ha studiato per 7 anni doppiaggio e teatro allo studio “Enterprise” di Grosseto con Alessandro Santini. Ha partecipato ad alcuni spettacoli di rilievo tra i quali “La famiglia Addams”, “Odissea nell’ospizio”, “Mary Poppins”. A Roma è rientrata tra le prime 12 partecipanti all’ “Accademia Nazionale del doppiaggio italiano” che sta ancora frequentando. A livello professionale ha doppiato “Ninas Mal”, “True Blood” e un cartone animato della “Marvel”. E’ diplomata come insegnante di doppiaggio, teatro e dizione e attualmente svolge anche il Servizio Civile nazionale con la Fondazione Il Sole a Grosseto per mezzo dei progetti Arci Servizio Civile.
Tsion Mulusew Mola (lettrice), sta svolgendo l’ultimo anno di liceo al “Rosmini” e fa parte del gruppo del “Teatro della Scuola” diretto da Fabio Cicaloni, partecipando al progetto “Dinamis”, teatro sperimentale, abilissima e ironica interpreta con grande impegno e passione.

Andrea De Sciciolo (accompagnamento musicale), ha studiato chitarra a “Musica arte” con Luca Pirozzi come insegnante, ha proseguito al “Cmm” e attualmente studia alla “Music Revolution” con Francesco Samà come insegnante. Ama così tanto la chitarra, acustica ed elettrica, da suonare in 4 gruppi contemporaneamente: in “Whan Mobile”, un gruppo che esegue brani originali; suona la chitarra anche in “Tributo a Vasco”, nel gruppo “Do Not Copy” e negli “Hunger”. Con gli “Whan Mobile” è in sala di incisione. Ha fatto diversi live suonando al teatro Moderno, al Comix cafè, al Cassero e il suo sogno è poter suonare per vivere e vivere per suonare. Anche lui sta svolgendo il Servizio Civile Regionale alla Fondazione Il Sole tramite l’Arci Servizio Civile.

Paola Salvestroni (presentatrice), laureata in filosofia, insegna filosofia e scienze umane al Liceo “A. Rosmini” di Grosseto. E’ autrice di testi poetici e di testi per canzoni; autrice e arrangiatrice, per il teatro ha curato la riduzione e l’adattamento di “Canto di Natale” di Ch. Dickens, rappresentato per la prima volta nel 2006 al Teatro degli Industri di Grosseto; nello stesso Teatro, a scopo di beneficienza, ha messo in scena alcuni spettacoli di sua creazione: “Ricordiamoci l’anima” e “Pubblicitando”, “Dopo carosello, tutti a nanna!”, “Storie allo specchio” con Fabio Cicaloni. Ha curato la riduzione teatrale e adattamento nel recital: “Il grande Gatsby. Il sogno americano” messo in scena con la direzione musicale di Carla Baldini nel 2014.


“E INTANTO NOI, CI MANGIAMO I PANETTONI, MENTRE CRISTO VIENE AL MONDO DIVENTIAMO PIÙ CICCIONI.. “

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“E intanto noi, ci mangiamo i panettoni, mentre Cristo viene al mondo, diventiamo più ciccioni…

O è Natale tutti i giorni

o non è Natale mai…”

Adoro questo testo di Ron, vero secondo me.  Gesu’ forse nascerà, ancora al buio, quando si spegneranno le luci e si farà silenzio, un grande silenzio che ci permetta di ascoltare le grida di tutte quelle persone che soffrono ed hanno bisogno del nostro gesto fattivo di aiuto.

Di me? Che dire? Un anno difficile il 2014, la salute, la mia malattia progredita, i conti a fine mese sempre in bilico, le preoccupazioni per la salute dei miei.  Questo che passa anche un anno di sorprese e soddisfazioni però, di coraggiose scelte, di affetto e vicinanza, di stima, di amicizie meravigliose nate proprio qui, dalla rete.

Grazie!

Buona gioia del Natale e pienezza di felicità nel prossimissimo 2015, che le Stelle proteggano i tuoi sogni e ti portino Luce nel cuore.

Auguri, buon Natale a tutti!

© Lorella Ronconi


FRANCO BOMPREZZI, ADDIO A UN UOMO INDIMENTICABILE CHE HA COMBATTUTO PER I DIRITTI DELLE PERSONE DIVERSAMENTE ABILI IN ITALIA

Con l’animo triste ma orgogliosa di averlo conosciuto il mio ricordo ad un uomo che ha cambiato la nostra storia, la nostra cultura, con il suo impegno ha spianato molte strade a noi, diversamente abili. Giornalista, impegnato, persona di grande cultura e coraggiosa determinazione, non ha mai ceduto a compromessi: la persona diversamente abile aveva il diritto alla vita e il diritto che le persone riconoscessero quel diritto.

Ecco l’ultimo editoriale che Franco Bomprezzi ha scritto per Vita.it  pochi giorni prima di morire, leggerlo e leggere altri suoi pezzi dà la misura della sua superiorità:  grazie Franco!

franco-bomprezzi
Da Vita.it 08/12/2014 COSCIENZA

Liberi di volare

Sì, c’è anche il numero del letto: 15. Un piccolo progresso dal letto 14 dell’Unità Spinale di Niguarda, da dove vi ho scritto qualche anno fa piccole cronache di degenza e di umanità. Questa volta mi trovo al Centro Clinico Nemo, sempre a Niguarda. Ho scelto di ricoverarmi qui per capire bene che cosa stesse succedendo al mio organismo, che non sta funzionando a dovere, e non solo per le conseguenze di un’embolia polmonare. Avevo ragione, c’era altro, problemi per così dire di funzionamento nientemeno che del pancreas e del fegato. Lo hanno capito in poche ore di day-hospital e quindi non mi hanno lasciato andare a casa, ma sono stato accolto subito in questo reparto luminoso, caldo, dai colori pastello della speranza e della serenità: i colori del pesciolino Nemo. Perché qui c’è una rete che spinge verso l’alto, con affiatamento e competenze elevatissime. Dicevo del numero del letto. In realtà la camera nella quale mi trovo ha un nome: “Liberi di volare”, e dentro è piena di fumetti che rappresentano aerei in volo, e persino sul pavimento sono tracciati aeroplanini color arancio.

E’ un centro specializzato nato dall’incrocio di tante volontà e di personaggi tenaci: Alberto Fontana, Mario Melazzini, Renato Pocaterra, come dire Uildm e Telethon, Aisla, Famiglie Sma (atrofia muscolare spinale). Il tutto convergente nella Fondazione Serena, un modo concreto di coniugare ricerca e assistenza, e offrire un servizio di eccellenza a tante famiglie che non avevano fino a pochi anni fa un riferimento unico al quale rivolgersi con fiducia.

Ecco, è qui che sto combattendo una nuova battaglia per ritrovare salute e qualità della vita. Coccolato dalle Oss e dagli infermieri, curato con attenzione certosina dall’équipe medica, sento già i primi segni della riscossa. Ma sono anche giorni nei quali il pensiero è davvero libero di volare. Il pensiero di ciò che ho fatto sino ad ora, di ciò che vorrei continuare a fare a lungo, l’analisi serena dei progetti che mi spingono a guarire in fretta, perché c’è tanto da fare.

In un Paese nel quale sembra che nulla funzioni, ho trovato la conferma che non è vero, non c’è da disperarsi. Volevo per ora condividere con voi questa mia sensazione di serenità. Ne scriverò ancora.

 Franco Bomprezzi

Franco Bomprezzi

Giornalista e scrittore, classe 1952. Vive e lavora in sedia a rotelle. Attualmente “free lance” per scelta, si dedica alla comunicazione sociale e all’informazione sulla disabilità. Nominato Cavaliere dal presidente Napolitano, il 3 dicembre 2007. Da allora ha tagliato anche i baffi.


“DOPO DI NOI” A CASA PROPRIA: FINANZIATE I PROGETTI! LA STORIA DI GINO: “E’ UN PERCORSO AD OSTACOLI”

Massimiliano Frascino: “Ecco senza troppi fronzoli le umiliazioni che moltissimi disabili gravi devono sopportare. In Toscana le cose vanno molto meglio grazie alla decisione della Regione di erogare contributi per la “VITA INDIPENDENTE”, ma troppa strada bisogna ancora percorrere perché autonomia e dignità delle persone con disabilità non risultino enunciazioni di principio. Per questo è nata la Fondazione Il Sole.”

Dopo di noi a casa propria. La storia di Gino: “E’ un percorso a ostacoli”

Il racconto di un uomo disabile, che dopo la morte dei genitori ha scelto di rimanere a casa propria. “Ma il comune mi passa tre ore a settimana di assistenza e devo pagarmi una badante: 9 mila euro l’anno. Unica alternativa è il ricovero, ma io non voglio”

"Dopo di Noi"

10 agosto 2014

Da www.redattoresociale.it

ROMA – Il “dopo di noi” in casa propria? Una sfida piena di ostacoli. Non si arrende, però, Gino Cappellini, 48 anni, siciliano, malato di Sma, una grave patologia degenerativa che colpisce i muscoli. “Nonostante tutto e con tutti gli impedimenti che comporta la mia malattia, dopo la morte dei miei genitori ho deciso di continuare a vivere, o meglio sopravvivere, a casa mia”, racconta alla redazione del portale Inail SuperAbile, con il desiderio di dare testimonianza di quello che considera un proprio diritto e che sta diventando una vera e propria battaglia.

“La mia malattia mi impedisce di svolgere qualsiasi azione quotidiana, per cui devo farmi supportare da una badante, pagata da me, e da mio fratello. Mio padre è morto da vent’anni, mia madre cinque anni fa: da quel momento le mie tribolazioni sono decisamente aumentate”. Difficoltà economiche, innanzitutto, visto che l’assistenza di cui Gino ha bisogno costa cara: “Tra la mia pensione e la reversibilità di mia mamma, arrivo a 15 mila euro l’anno: 9 mila se ne vanno per la badante. Ma non ho scelta, perché il comune mi passa solo 3 ore di assistenza a settimana! Ho provato a chiedere all’amministrazione di erogarmi un contributo per l’assistenza, ma non c’è stato niente da fare. E’ finita che mi sono indebitato per pagare un servizio che dovrebbe essere garantito per legge dello Stato. Invece, nessuna forma di assistenza diretta o indiretta mi viene fornita dal comune: la regione – mi dicono – non ha destinato i fondi necessari: tutto è stato investito solo nelle Rsa e le altre strutture. In definitiva, l’unica possibilità che mi offrono è il ricovero”.

A questa eventualità, però, Gino per ora non intende arrendersi. “Mi sono rivolto a un’associazione che mi rappresentasse e difendesse il mio diritto di restare a casa mia, supportato dalla necessaria assistenza. Ora stiamo valutando l’ipotesti di avviare azioni legali contro l’amministrazione comunale. Ma io ho scelto di vivere a casa mia, curato dalle persone che io stesso scelgo: il mio futuro voglio che sia così. Però non riesco a essere ottimista, vedo mille ostacoli sul mio percorso: chi dovrebbe tutelarmi e aiutarmi a viver e una vita dignitosa e fatta di scelte, in realtà sta cercando d’impormi, coercitivamente e senza possibilità di scelta, un modo di vivere che non condivido e che non mi piace”. L’attenzione politica che in questo momento, anche nelle aule parlamentari, si sta rivolgendo al “Dopo di noi”, potrebbe offrire nuove risposte e nuove risorse in questa direzione: è quello che Gino e tanti come lui si aspettano da tempo. (cl)

© Copyright Redattore Sociale


IL PRIMO LIVELLO DI SAPIENZA E’ SAPER TACERE: HERNAN HUARACHE MAMANI

“Il primo livello di sapienza è saper tacere,

il secondo è saper esprimere molte idee con poche parole,

il terzo è saper parlare senza dire troppo e male…

Si deve parlare solo quando si ha qualcosa da dire, che valga veramente la pena,

o, perlomeno, che valga più del silenzio”.

{La donna della luce di Hernàn Huarache Mamani}
http://www.ilgiardinodeilibri.it/libri/__la_donna_della_luce.php?pn=750

donna-della-luce

Questo libro è la storia romanzata di una mitica civiltà di semidei chiamati “gli Immortali”. Secondo alcune leggende antichissime, abitano nelle viscere della terra, godono di ottima salute e vivono in eterno. In Sudamerica, soprattutto in Perù, tra i popoli Quechua, Aymara e le numerose tribù amazzoniche, si tramandano di generazione in generazionestorie di città costruite nel sottosuolo o di gallerie che collegano tra loro lontani abitati…

L’autore  ha letto le testimonianze di uomini che dicono di aver incontrato gli abitatori delle città sotterranee. Affermano che presto entreremo in contatto con loro…

Questa è anche la storia romanzata di Javier, un uomo che vincendo la paura, con coraggio e tenacia ha raggiunto una di quelle città. La sua vicenda può aiutarci a credere in un mondo migliore.

Javier ha conosciuto il successo e la fama, l’amore e il dolore, ma il giorno della pensione si avvicina e lui sa di poter finalmente dedicare tutto se stesso a realizzare il suo sogno. Creare una scuola aperta a tutte le giovani menti, dove ragazzi e ragazze possano apprendere non solo le più avanzate tecnologie, approfondire gli studi in ogni campo del sapere, ma possano crescere riscoprendo i valori più profondi, ritrovare la via dello spirito e della consapevolezza.

È un sogno che ha accarezzato per tutta la vita, rimandandolo di giorno in giorno per i tanti impegni di studio, di famiglia, di lavoro. Quello che Javier non sa è che la morte è pronta a tendergli un agguato. Per distruggere le sue speranze, per annientare la sua volontà. Ma lui non è disposto ad arrendersi. Condannato dalla medicina ufficiale, si avvicina a saperi antichi e scopre un mondo a lui quasi sconosciuto.

Comprende allora che l’unica possibilità per lui è partire alla ricerca di Wiñay Marka, la città degli Immortali, dove sorge la fonte della salute e della vita. È un viaggio pericoloso e difficile, un viaggio nelle viscere della terra, durante il quale potrà godere della compagnia di Celestino, il suo amico d’infanzia, l’unico che conosce l’ingresso alle grotte, solo per una breve parte del tragitto.

Poi dovrà affrontare da solo le sue paure, i lunghi, assordanti silenzi, la stanchezza, la fatica. Un percorso nel buio della terra e nel segreto del suo cuore, per ritrovare la luce che tutto può illuminare e scoprire un mondo possibile di pace e d’armonia. E accanto a donne in cui risplende la luce della conoscenza, ritrovare la forza e l’energia per realizzare i suoi sogni.

Hernàn Huarache Mamani

Hernàn Huarache MamaniHernàn Huarache Mamani è laureato in economia. Dopo una malattia è diventato un curandero, ultimo erede di un’antica generazione di guaritori andini, nato in Perù in un villaggio della Cordigliera delle Ande. Come professore dell’Università di Arequipa si occupa di diffondere la lingua e la cultura inca al mondo occidentale. Grazie all’ampia conoscenza delle lingue indigene, è riuscito a porsi in contatto con sapienti che vivono nell’anonimato, sulle Ande. Il risultato di queste esperienze si è tradotto in libri dallo straordinario successo.

 


CULTURA NEGATA: ABBATTIMENTO BARRIERE ARCHITETTONICHE E ACCESSIBILITA’ NEI BENI CULTURALI BOCCIATO EMENDAMENTO DALLA CAMERA

Abbattimento barriere architettoniche negate: bocciato dalla camera l’emendamento di Bray per i beni culturali.

Nell’Italia di impuniti e impunibili, 50 cen tesimi danno scandalo.

Restano le barriere architettoniche nella cultura.

Bray non ce la fa. Nell’Italia di impuniti e impunibili, 50 centesimi danno scandalo. Restano le barriere architettoniche nella cultura
ROMA – Mancanza di copertura finanziaria. Questo il laconico commento degli Uffici della Camera dei deputati che hanno messo nel cestino dei rifiuti l’emendamento presentato dall’ex ministro dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo, Massimo Bray, per eliminare le barriere architettoniche nei luoghi della cultura italiana. Ritirato. E non se ne parli più.
«La burocrazia avvelena tutto. Un grandissimo numero di beni storici e artistici – spiega il deputato pd, direttore editoriale della Treccani – ha barriere architettoniche che rendono impossibile l’accesso a chi è in condizione di disagio. Avevamo trovato la soluzione. Bastava aumentare di cinquanta centesimi il prezzo del biglietto per potere avere i fondi necessari ad aprire le porte a tutti. Sento forte l’amarezza per un diritto negato».
L’emendamento presentato alla conversione in legge del decreto-legge 31 maggio 2014, n. 83, recante disposizioni urgenti per la tutela del patrimonio culturale, lo sviluppo della cultura e il rilancio del turismo, recitava così: “Dopo l’articolo 11 è aggiunto il seguente 11bis (Misure urgenti per assicurare l’accessibilità e la visitabilità nei luoghi della cultura.
Punto 1- Al fine di assicurare la possibilità, anche per persone con ridotta o impedita capacità motoria o sensoriale, di visitare i luoghi e gli istituti della cultura, fruendone degli spazi e delle attrezzature in condizioni di adeguata sicurezza e autonomia, il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo provvede alla rimozione delle barriere architettoniche così come definite dall’articolo 1, comma 2, del decreto del Presidente della Repubblica 24 giugno 1996 n. 503.
Punto 2 – Per le finalità di cui al comma precedente, presso il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo è istituito un apposito “Fondo per la rimozione delle barriere architettoniche” pari ad euro 2 milioni per l’anno 2014 e 4 milioni ciascuno per gli anni 2015 e 2016. Alla copertura del Fondo si provvede, per 1,5 milioni di euro per l’anno 2014 e per 3 milioni di euro ciascuno per gli anni 2015 e 2016 mediante corrispondente riduzione delle proiezioni dello stanziamento del fondo speciale di conto capitale iscritto, ai fini del bilancio triennale 2014-2016, nell’ambito del programma “Fondi di riserva e speciali” della missione “Fondi da ripartire” dello stato di previsione del Ministero dell’Economia e delle finanze per l’anno 2014, allo scopo utilizzando l’accantonamento relativo al medesimo ministero. Il Ministro dell’Economia e delle finanze è autorizzato ad apportare, con propri decreti, le occorrenti variazioni di bilancio; per 500 mila euro per l’anno 2014 e per 1 milione di euro ciascuno per gli anni 2015 e 2016 mediante incremento del prezzo del biglietto di ingresso nei luoghi e negli istituti di cultura per un valore pari a 0,50 centesimi“.
L’obiettivo, dunque, era quello di proseguire l’opera di abbattimento delle barriere architettoniche nei centri culturali.
«Il Ministero – continua Bray – nell’adozione del piano di rimozione delle barriere avrebbe potuto avvalersi delle “Linee guida per il superamento delle barriere architettoniche nei luoghi di interesse culturale” elaborate dalla commissione ministeriale per l’Analisi delle problematiche relative alla disabilità nello specifico settore dei Beni e delle Attività culturali».
Insomma, 50 centesimi e il gioco era fatto. Cinquanta centesimi in più per ogni biglietto e noi saremmo stati non solo solidali, ma anche e soprattutto il linea con le direttive europee. Mezzo euro e avremmo fatto quello che un Paese civile ha il dovere di fare: consentire a tutti le pari opportunità.
Nell’Italia del Mose, nell’Italia dell’Expo Milano, nell’Italia delle madonne che si “inchinano” davanti ai mafiosi, nell’Italia che brucia i rifiuti tossici nelle fertili campagne campane, nell’Italia degli impuniti e degli impunibili, 50 centesimi hanno dato scandalo. Così, le barriere architettoniche restano, l’emendamento viene ritirato e la disabilità resta un affare privato.
Questa è l’Italia che predica bene e razzola male!
di Nadia Verdile

ROBERTA MACRI’: LA BELLEZZA, L’ARTE E IL FASCINO DELLA “DANZA IN CARROZZINA”

COREOGRAFA E BALLERINA VERY GLAM: ROBERTA MACRI’, CON LEI SI BALLA “SU RUOTE”

ARGENTO VIVO E SOLE NEL SUO SORRISO: ROBERTA MACRI’, DALLA PROVINCIA DI MESSINA E DAL SUO INCIDENTE (IN CUI PERSE ALCUNE “ABILITA’) ” REAGISCE CON FORZA CONTRO GLI STEREOTIPI CHE VOGLIONO LE PERSONE DIVERSAMENTE ABILI COME MALATE, POVERINE, COMUNICANDO IL SUO AMORE PER LA VITA CON LA DANZA IN CARROZZINA.

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“Danza sportiva in carrozzina” di Roberta Macrì e Simone Vasquez

ROBERTA EDUCA GLI ALTRI, ATTRAVERSO LA SUA GRANDE PREPARAZIONE TECNICA, LE SUE COREOGRAFIE, ALLA BELLEZZA, AL SAPER VEDERE, ALLE EMOZIONI. TROPPO SPESSO RELEGHIAMO CIO’ CHE NON VIVIAMO O CAPIAMO IN UN LUOGO OSCURO DEL NOSTRO MONDO, CANCELLANDO CIO’ CHE NON CONOSCIAMO, O ADDIRITTURA TRASFORMANDOLO IN PAURE.

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Una donna che con la sua danza, lancia e rilancia l’insegnamento, la cultura e lo sguardo sulle persone nella loro interezza e la carrozzella con lei diventa arte e parte integrante della coreografia, un tutt’uno armonico con il corpo e la musica, non applausi di pietà con lei (non li vorrebbe affatto!) ma applausi e riconoscimenti in tutta Italia, per la professionale sapienza ed evoluzione, attraverso la danza, di promozione di una cultura nuova per la qualità della vita delle persone differentemente abili.
https://www.youtube.com/watch?v=Ge4l59Huur8

Ecco la sua biografia raccontata da lei stessa:

“Sono nata a Barcellona P.G. (ME) venticinque anni fa. In questa cittadina sul mare ho condatto i miei studi, fino al diploma di maturità. Da sempre ho amato Ballare , infatti ho iniziato all’età di quattro anni a frequentare corsi di danza (moderno, classico, tip tap, caraibico, ecc ……..) ed ogni fine settimana o quando vi era la possibilità andavo in discoteca o dove c’erano balli caraibici. Amavo il mare, le nuotate e la pesca, amavo la montagna , girare per le pinete in cerca di funghi ed amavo la neve. Sono sempre stata una ragazza molto determinata ed estroversa, anche un po leader, ma soprattutto altruista, ho fatto tutto con cuore ed impegno, è proprio grazie a queste mie caratteristiche che ho superato le difficoltà che la vita mi ha riservato.
Il 14 Agosto 2011 sono stata vittima di un incidente automobilistico che mi ha resa paraplegica ma ciò non mi ha fermata , non mi sono arresa. Ho trascorso sei mesi nel centro riabilitativo di Montecatone, nel quale mi hanno insegnato a vivere in maniera autonoma in carrozzina, e grazie anche a loro che devo la mia rinascita. Nel momento in cui ho realizzato che la mia vita era cambiata ho voluto informarmi su quello che un disabile in carrozzina potesse fare, e dopo aver visionato diversi video sulla danza in carrozzina ho deciso di cimentarmi anche io. Da ciò è iniziato il mio percrso di esibizioni nelle varie piazze, discoteche ed eventi vari, non solo per dimostrare che un disabile puo fare tanto e va rispettato, ma soprattutto per trasmettere la mia voglia di vivere nonostante le difficoltà che la vita ci riserva.
A seguito dell’incidente mi sono chiesta ancor di più cosa volesse dire rispettare la legge visto che la persona che mi ha investita non l’ha fatto, dunque insieme ad altre persone tra cui la presidente avv. Melangela Scolaro, ho costituito un’associazione, Contro tutte le mafie “Paolo Vive”, della quale sono la vicepresidente. Il nostro intento è quello di far capire che rispettare la legge non vuol dire solo attenersi alla regolina scritta ma soprattutto rispettare la persona, ed inoltre far conoscere ed osservare le norme a tutela dei disabili. Abbiamo organizzato diverse manifestazioni tra cui “Un giorno in carrozzina” nella quale abbiamo dato la possibilità a chiunque lo volesse di sedersi su di una sedia a rotelle ed affrontare un percorso quotidiano cittadino come lo affrontano i Insomma, continuo a vivere, anche meglio di prima perchè accetto quel poco che ho facendolo diventare grandissimo continuando ad essere come sono sempre stata ma con una marcia in più: l’esperienza di una nuova vita e l’averne trovato anche uno scopo, cioè aiutare le persone che si trovano nelle mie stesse condizioni ma che purtroppo non hanno tanta voglia di vivere e dunque non riescono ad accettarsi, ed infine lottare per provare ad abbattere non solo le barriere architettoniche ma anche quelle mentali. Ho saputo reagire a questa “disgrazia” avendo tantissima voglia di vivere, che desidero trasmettere a tutti con la mia serenità, la mia grinta.

 


A GROSSETO: LA FONDAZIONE “IL SOLE – ONLUS”, UN SOGNO REALIZZATO. QUANDO COMINCIAMMO A PENSARCI CI SENTIVAMO DEI FOLLI

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Progetto Il Sole, per l’autonomia della qualitа’ delle persone con disabilitа’ grave.

Fondazione Il Sole per la casa famiglia, il sogno iniziò come UN SOGNO nel 2001

Il progetto della costituzione della ‘Fondazione il Sole’ nasce a Grosseto nel 2001, quando i membri di due associazioni che si occupano di handicap cominciano a ragionare insieme sulla necessitа’ di realizzare una casa famiglia per ospitare persone con grave disabilitа’, che non possono più essere seguite dalle loro famiglie. I due sodalizi sono l’Associazione Grossetana Genitori Bambini Portatori di Handicap ed il Comitato Provinciale per l’Accesso – entrambi operanti da anni nel nostro territorio – che nel loro insieme rappresentano un centinaio di famiglie.

Il problema del futuro di un figlio o figlia disabile è vissuto con particolarmente angoscia dai genitori. La prospettiva della morte o dell’impossibilitа’ di accudire i propri figli per i limiti naturali connessi con il progredire dell’etа, infatti, coincide con un’assenza di risposte assistenziali di qualitа per le persone disabili non autosufficienti. Ad oggi, d’altra parte, nel caso in cui venga meno il sostegno della famiglia, le persone con grave disabilitа finiscono in ‘istituti’ oppure in ‘moduli dedicati’ all’interno delle cosiddette R.S.A. (Residenze Sanitarie Assistite, ovvero case di riposo), indipendentemente dalla loro etа anagrafica. In definitiva, il rischio concreto per questi soggetti, nel caso non ci siano familiari disposti a farsene carico, è quello di finire ‘sepolti vivi’.

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Il Progetto Il Sole – che in estrema sintesi prevede la costituzione di una Fondazione ONLUS (Organizzazione Non Lucrativa di Utilitа Sociale) finalizzata alla realizzazione ed alla gestione di una casa famiglia – nasce per dare una risposta qualitativamente elevata a questo tipo di esigenza e per far fronte a situazioni di reale emergenza familiare (si pensi, per esempio, all’eventualitа di un ricovero ospedaliero di un genitore o, addirittura, dell’unico genitore rimasto).

Per arrivare a costituire la Fondazione, e Per realizzare la casa famiglia, i membri delle due associazioni hanno prima costituito il ‘Comitato promotore per la Fondazione il Sole – ONLUS’, nel 2002, che aveva l’obiettivo di raccogliere una parte dei fondi necessari, il quale poi è stato sciolto per costituire la “Fondazione il Sole – ONLUS”

La casa famiglia ‘Il Sole’: la prima pietra nel 2005

La nuova casa famiglia, inserita nel cuore di uno dei quartieri più vitali della città, è una struttura residenziale di piccole dimensioni, progettata, arredata e gestita come se fosse una vera e propria casa, nell’intento di riprodurre il più possibile le condizioni ed i ritmi di vita tipici di una qualunque famiglia.

La struttura – composta da due edifici ad un piano di 270mq ciascuno, collegati da un portico, e da un edificio separato, destinato a centro sociale e sede della Onlus – ospitа complessivamente 14 persone disabili (7 per edificio). Ogni blocco ha 3 camere da letto doppie ed una singola destinata alle emergenze per periodi di tempo limitati (ricoveri di sollievo). A questo, sempre per ogni edificio, si aggiungerа una cucina, un soggiorno, uno studio ed alcuni locali di servizio. In altre parole, si tratta semplicemente di una casa, non di una piccola casa di riposo (pur progettata per esigenze particolari).

La realizzazione della casa famiglia, del centro sociale e del parco, nonché l’acquisto degli arredi sono costati complessivamente 2,3 milioni di euro. Il tutto realizzato grazie alle sinergie di persone, aziende, enti pubblici, privati, semplice affetto e sincero passaparola di una valanga di umanità.

Grazie a tutti!!!

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Fondazione IL SOLE – ONLUS  – Via Uranio 40/B – 58100 Grosseto

 

Segreteria: 0564 – 49.17.30 039 – presidente Massimiliano Frascino: 334-90.54.973

E-mailmfrascin@gol.grosseto.it; fondazioneilsole@gmail.comSito Web http://www.fondazioneilsole.it/

http://maps.google.it/maps?f=q&source=s_…

 

Codice Fiscale 920.536.00.539 per sostenerci con il 5 per 1000
per sostenere la Fondazione (donazioni detraibili):BANCA Monte dei Paschi – Agenzia Sede, piazzetta del Monte dei Paschi
IBAN – IT 61 T 01030 14300 00.000.38.80.732

BANCA DELLA MAREMMA – Via Unione Sovietica 42
IBAN – IT 62 M 08636 14301 00.00.00 311 562

POSTE ITALIANE – Agenzia Grosseto centro
IBAN – IT 55 G 0761 14300 0000.27.02.41.81


 


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