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DISABILITA’, BASTA TITOLI AD EFFETTO PER VENDERE I GIORNALI!

La locandina di un quotidiano modenese  usa  la parola “mongoli”  per  denotare,  in modo  dispregiativo,  il comportamento di alcune  persone,  denuncia la Ledha. Il direttore si scusa, ma il problema resta.

locandina fuori dall'edicola
Di Francesca Martin
Ci interroghiamo spesso, come operatori del mondo dell’informazione, su quanto e cosa possiamo fare per produrre il miglior servizio possibile ai nostri lettori, ma anche su cosa possiamo fare perché il nostro lavoro possa lasciare traccia contribuendo, dove possibile, a lanciare seppure piccoli semi di cambiamento culturale nel modo di percepire la disabilità. Sconcerta, quindi, leggere certe notizie, accorgersi che il nostro stesso mondo – quello dell’informazione – ha ancora così tanto da capire, così tanta strada da fare.
Perché se per fare vendere un giornale si usa la parola “mongoli” in senso dispregiativo, nella locandina di un quotidiano – che non è un post idiota su facebook di qualche ragazzino imbecille, né una battuta di cattivo gusto detta al bar, ma una pubblicazione nero su bianco, scritta, da qualcuno, approvata e poi diffusa – beh, allora di lavoro da fare ce n’è davvero tanto.
PAROLE PER DEFINIRE – La notizia è questa, e la riporta Ledha – Lega per i diritti delle persone con disabilità: sabato 7 gennaio 2017 le locandine esposte dalle edicole della provincia di Mantova del quotidiano “La voce di Mantova” titolavano così: “Mongoli in mongolfiera a fuoco dopo l’atterraggio sui cavi dell’alta tensione”.

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Chiariamo subito un possibile equivoco: le persone vittime dello sfortunato incidente a bordo di una mongolfiera non sono abitanti della Mongolia. Sono cittadini tedeschi e, per inciso, dalle cronache non risulta che nessuno fra questi sia una persona con Sindrome di Down, precisa Ledha in una nota.

È evidente quindi come quella parola – mongoli – sia usata in termine dispregiativo: un sinonimo di stupido, idiota, impedito, inesperto. Tutte parole, e non è un caso, che in passato venivano utilizzate per identificare persone con disabilità e che solo successivamente sono diventate insulti. Ma perché non usare quelle, e ricorrere a questa parola, fino a poco tempo fa associata, dispregiativamente, alle persone con Sindrome di Down?

“SOLO UN GIOCO DI PAROLE” – Di fronte alla indignazione di Ledha, che aveva inviato formale segnalazione al Consiglio di disciplina dell’ordine dei giornalisti per chiedere che questo comportamento venisse sanzionato, oltre alla richiesta di scuse pubbliche e di un gesto di riparazione, il direttore responsabile de “La Voce di Mantova”, Alessio Tarpini, ha risposto dicendo che si era trattato solo di “un gioco di parole“, e che “non intendevamo offendere nessuno“. “Era solo un gioco di parole fatto in buona fede –riporta Redattore Sociale – che ha ottenuto l’effetto opposto a quello che pensavamo“. “Ho già risposto alla Ledha -replica Alessio Tarpini-. Siamo disponibili a qualsiasi iniziativa. Ci dicano loro cosa possiamo fare”.

COMPORTAMENTO SINTOMATICO –
Ma, scuse o non scuse, vien da chiedersi: è davvero possibile che ancora oggi per definire qualcuno con accezione negativa vengano usati termini che afferiscono alla disabilità (facendola passare per banale leggerezza, scherzo, gioco di parole)? Quanta acqua ancora dovrà passare sotto i ponti della nostra società perché la nostra lingua si raccordi con la realtà per quella che è e non per quella che per anni abbiamo distorto a causa della paura, della non conoscenza, dell’ignoranza?
Poi Vabbè – penserà qualcuno – era solo una locandina. No, mi spiace ma non è così. È un pezzo di carta incorniciato e in evidenza su una piazza, dove la gente passeggia, guarda, legge, fa deduzioni, costruisce pensieri, immagini, idee sulla realtà. E allora se la usa un giornale, una parola come quella, perché non dovrei farlo io? La legittimazione a usare un termine forte – con connotazione negativa – passa per una stupida locandina, sì. Un insignificante pezzo di carta incorniciato a fianco di un’edicola, che insignificante non è.
E va detto altro. Passeggiando per quelle piazze ci può essere anche una persona con sindrome di Down, la sua mamma, suo fratello. Come ci si può sentire ad essere chiamati in causaindirettamente in questo modo, da una lingua così rozza e tagliente, solo per fare un titolo? Che ne sanno, gli autori della locandina, delle difficoltà quotidiane, dei piccoli grandi traguardi anche solo nel percepirsi persone, e non diversi, inferiori, polverizzati da una piccola, stupida parola in una locandina?

Dal canto nostro continueremo a cercare di lanciare semi di cultura che non fuggano via col vento, ma rimangano saldi come le parole scritte.

From disabili.com

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A CHI SORRIDE ANCORA, NONOSTANTE TUTTO…

A chi è felice, a chi è triste, a chi si sente solo, a chi combatte e non si arrende mai, a chi sta aspettando fuori da una sala operatoria, a chi sta lavorando ed è lontano da casa, a chi sta viaggiando, a chi è libero e a chi è relegato da rabbia e guerra.
A chi ancora sorride nonostante tutto, a chi crede in un domani migliore, a chi sogna, a chi sta dormendo in una casa vuota, a chi la casa non l’ha più.

A chi ama, a chi è stato tradito, a chi sogna un amore, a chi vorrebbe avere vicino la persona che ama e non può, a chi c’è sempre stato, a chi ci sarà.
A voi, a me, bollicine! ^_^  E che 2017 sia, buon anno amici miei!

Lorella Ronconi

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Ti auguro di affrontare sfide e vincerle,

di sfidare il dolore e superarlo il prima possibile,
di gioire delle cose belle e farne la tua forza,
ma sopra ogni cosa,
ti auguro un amore sincero accanto a te
che sappia comprenderti e guardarti negli occhi con amore
per cio’ che sei.
Stephen Littleword

60 ANNI INSIEME, UN ANNIVERSARIO SPECIALE, QUELLO DEI MIEI GENITORI, ELIO E ANDREINA

­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­Casal di Pari, 21 Ottobre 1956-Grosseto, 21 Ottobre 2016 : 60 anni insieme.

Nozze di Diamante per Elio Ronconi ed Andreina Savoi

Il 21 marzo del ‘53 si erano fidanzati e tre anni dopo si promettevano amore eterno davanti a Dio, sposandosi nella piccola, meravigliosa chiesa di S. Donato, a Casal di Pari. Giovani e innamorati, avevano il cuore pieno di speranza, ma probabilmente non immaginavano un futuro così speciale e lungo assieme. Venti anni lei, ventitrè lui, tanta incoscienza, ma una forte determinazione a mettere su famiglia.  

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Povertà e difficoltà non gli mancarono, ma la  solidarietà  e la complicità che li univa gli consentì sempre  di superare ogni ostacolo. Anche quando sembrava che non potessero avere figli, la speranza e l’amore reciproco non li abbandonò; si fecero forza e andarono avanti insieme, sempre fiduciosi, fino a quando sono arrivata io. Certamente a babbo e mamma sarà sembrato tutto perfetto: una bimba prodigiosa, bionda e vivace, una bambola tutta per loro, posso solo lontanamente immaginare la felicità che provarono: erano diventati genitori!

Nell’ occasione del loro 60° anniversario di matrimonio, voglio ringraziarli in modo ufficiale ed esprimergli tutta la mia riconoscenza per la sapienza, la forza, il coraggio, la pazienza che mi hanno trasmesso e per i sorrisi, le carezze, gli abbracci che mi hanno donato  fin  da quando sono nata.

Erano molto giovani, non erano preparati ad avere una bimba ‘differente’ con così tanto dolore alle gambe ed una malattia che nessuno conosceva. Ma loro non si sono mai arresi.

Ricordo i viaggi su e giù per l’Italia per raggiungere ospedali specializzati, ci si alzava all’alba per non perdere quei treni della speranza; ricordo dottori con le facce strane che mi misuravano. Il camminare mi provocava dolore e allora la mia salvezza era in braccio a babbo. Babbo Elio,il mio rifugio.

E mamma Andreina, la mia forza. Si battè con tutta la sua tenacia per mandarmi in una scuola “normale”; andava per uffici sostenendo che sua figlia doveva crescere in modo normale, come e con gli altri bambini. All’epoca esistevano ancora le scuole differenziali per  le persone “diverse”: disabili motori, psichici, sensoriali; la medicina e la ricerca annaspavano senza avere coscienza del gran numero di malattie rare esistenti. L’ ignoranza era dilagante,  giganteschi  i tabù e i pregiudizi; spesso i genitori di bambini disabili si vergognavano dei loro figli e relegavano la dimostrazione del loro amore per loro entro  convenzioni pelose e  l’ambito circoscritto delle mura domestiche.

Elio e Andreina, invece, i miei angeli che lasciavano il rosso dell’uovo a me e si dividevano il bianco, che lavoravano anche di notte per mettere insieme i soldi necessari per nuove cure, non hanno mai avuto né vergogna né paura di dire “sì” alla loro storia, di dire “sì” ad una bimba bionda che non riusciva crescere e a camminare, nessuno sapeva il perché.

Ai miei genitori, che non hanno mai disatteso un compleanno, né mai mortificato la mia entusiastica infanzia piena di curiosa, ingegnosa allegria, devo tutto ciò che ho e che sono: una persona viva, felice, realizzata.

Grazie babbo Elio, grazie mamma Andreina, buon anniversario di diamante!

Lorella Ronconi


JOSEPHINE MYRTLE CORBIN, LA DONNA CHE NONOSTANTE FOSSE NATA CON 4 GAMBE RIUSCI’ A COMBATTERE E SUPERARE LE BARRIERE CULTURALI VINCENDOLE. SI SPOSO’ A 19 ANNI ED EBBE 5 FIGLI

Josephine Myrtle Corbin: la donna nata con quattro gambe

Josephine Myrtle Corbin: la donna nata con quattro gambeLa natura può essere molto crudele. A volte sembra prendersi beffa delle sue creature, e le condanna a vivere una vita irreale. Alcuni si lasciano abbattere, e per loro è la fine, mentre altri affrontano la situazione, “combattono” e riescono a prendersi la loro rivincita. Josephine Myrtle Corbin, passata alla storia come “la donna con 4 gambe” si colloca nel secondo gruppo.


Nata a Clabourne, in Texas nel 1868,
la donna crebbe con due paia di gambe. All’esterno un paio, di grandezza normale, e un altro interno, decisamente più piccolo. In pratica la donna era dotata di due bacini e due corpi separati dalla vita in giù.Nonostante questo grave handicap, Josephine si sposò all’età di 19 anni con un dottore ed ebbe 5 figli, 4 femmine ed un maschio. Si dice che tre di questi fossero nati da una vagina e due dall’altra.

Ognuna delle due gambe più grandi era accoppiata con una più piccola interna. Poteva muovere le gambe interne, ma erano troppo deboli per camminare. Questa donna, così “particolare”,morì nel 1927, all’età di 59 anni. La nascita di una coppia di gemelli siamesi è un’eventualità molto rara. L’evento è causato da una tardiva divisione dell’embrione e se ne conta una ogni 120 mila. Tali gemelli sono esclusivamente monozigoti e, a seconda delle parti in cui sono uniti e degli organi che hanno in comune, vengono suddivisi secondo diverse tipologie.

Ancora più raro è il caso del cosiddetto “gemello parassita”, in cui uno dei due embrioni si forma all’interno dell’altro o non completamente. Un gemello, in pratica, prende il sopravvento e “assorbe” l’altro. Ma il caso di Josephine è ancora più complesso: esso fu il risultato di una forma ancora più rara nel regno del gemellaggio, noto come Dipygus, che le diede due corpi completi dalla vita in giù.

La donna ha lavorato per P.T.Barum e il Ringling Brothers Circus, poiché durante l’epoca vittoriana le persone deformi non erano discriminate. Loro stesse si mettevano in mostra nei più grossi circhi dell’epoca, come appunto il Ringling Brod and Barnum and Boley circus, ricercando popolarità. In un certo senso, era una fortuna che vi fossero queste occasioni di “dare spettacolo” attraverso la propria deformità, altrimenti, persone incapaci di camminare o svolgere le più normali attività quotidiane,sarebbero sicuramente morte di stenti.

Nell’800 e nella prima metà del 900, nei circhi andavano di moda i cosiddetti “freaks”, ovvero uomini con varie deformità che si esibivano come fenomeni da baraccone e diventavano delle vere e proprie celebrità del loro tempo. Phineas Taylor Barnum (1810-1891) fu uno dei più grandi impresari del XIX secolo.

Egli presentava molti fenomeni e molte stranezze della natura. Le folle erano attirate da uomini nani, donne barbute o corpulente, uomini mostruosamente grandi o uomini scheletrici e, soprattutto, fratelli siamesi. Nel 1871 Barnum creò The Greatest Show on Earth, ovvero Il più grande spettacolo al mondo, con cui fece il giro del pianeta. Charles Eisenmann, fu uno dei primi fotografi di culto che la società abbia mai conosciuto.

Ebbe l’idea di vestire queste “celebrità” di tutto punto e metterle davanti al suo obiettivo. Le fotografie venivano poi vendute come cartoline collezionabili dando lustro al fotografo quanto ai protagonisti. Un po’ come facevamo noi da piccoli con le figurine Panini: “io ti do l’uomo elefante e tu, in cambio, mi dai la donna che cammina sulle mani”.

Solo che questi non erano calciatori oppure cartoni animati, bensì uomini e donne ripresi nei minimi particolari, in tutta la loro drammaticità. Ed Eisenmann, fra gli altri, ritrasse anche Josephine. Oggi, la rara patologia della “donna con 4 gambe”, in certi casi, potrebbe essere operabile.

Nella nostra società le imperfezioni non vanno mostrate, anzi, si tengono nascoste sempre e comunque. Regna purtroppo una grande diffidenza nei confronti di tutto ciò che non si conosce e si presenta ai nostri occhi come “diverso”. Una cosa positiva è che non ci si abbandona più al fato ed alla rassegnazione, bensì la medicina e la chirurgia cercano di offrire soluzioni adeguate e definitive. Che in alcuni casi permettono anche di salvare delle vite.

Storie incredibili, quelle che abbiamo narrato. Episodi che ci ricordano quanto la vita possa essere dura e la speranza “irrevocabile”. Individui che nonostante tutto hanno deciso di vivere e che sono riusciti a trovare una loro dimensione.

Written by Cristina Biolcati

Tratto da oubliettemagazine.com


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